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L’incontro fra genti diverse genera conoscenza, la Conoscenza genera Coscienza!

“Dilige et quod vis fac!”; Aug. Tr. in Ioh., 8,7.

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    “La vita è un’Odissea…questo viaggio è un’Odissea…”. Quante volte tiriamo in ballo Omero nella vita quotidiana? Ci siamo mai chiesti perché, contrariamente alla communis opinio che vede l’opera omerica appartenente a un lontano passato, tutti noi citiamo e conosciamo il significato di questo termine e lo associamo a qualcosa d’infinito e periglioso? Questo presupposto m’invita… Leggi altro

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Nessuno c’è!

“La vita è un’Odissea…questo viaggio è un’Odissea…”. Quante volte tiriamo in ballo Omero nella vita quotidiana? Ci siamo mai chiesti perché, contrariamente alla communis opinio che vede l’opera omerica appartenente a un lontano passato, tutti noi citiamo e conosciamo il significato di questo termine e lo associamo a qualcosa d’infinito e periglioso?
Questo presupposto m’invita a riflettere sull’attualità concettuale di un’opera che ha rappresentato da sempre un esempio per i popoli di tutte le epoche e porta, ancor di più, a concentrarsi su Odisseo: un uomo come tanti, che difende la patria, ma, che, a causa di un destino avverso, deve faticare tanto per ritornare nella sua amata Itaca, un’isola che diventa il miraggio di un’oasi in un deserto. Un uomo dotato di acuto ingegno e che cerca in ogni modo di “restare a galla”, di trovare soluzioni per portare avanti il proprio obiettivo: riabbracciare la moglie e il figlio; ritrovare il suo senso di appartenenza a una patria. Egli non è solo l’esempio del viaggiatore “polytropos” (dalle molte sfaccettature/dal multiforme ingegno) che si sofferma a conoscere le culture straniere e vi si adatta, è anche l’esempio della nostalgia, della voglia di sentirsi parte integrante di una comunità in cui possa far sentire la propria voce. Come lo definisce Omero, Odisseo è un uomo, forse è una voce che spicca di
più nel coro, ma è comunque un comunissimo uomo: egli gioisce, piange e soffre perché ama.
Tutto ciò mette in comune Odisseo con tutti gliuomini, per questo la sua fama è trapelata fino ad oggi, in riflessioni profonde e persino motti di spirito.
La nostra vita è un viaggio e noi siamo viandanti sulla Terra, lo siamo anche restando fermi nel luogo nativo: possiamo essere al centro del mondo e sentirci soli, stare in casa e sentirci profani in patria. Non importa come viaggiamo, che direzioni prendiamo e con chi interagiamo, che lo vogliamo o no, lasceremo sempre un’impronta di noi con opere e parole, semplicemente intrecciando rapporti umani, lontani e vicini.
Il viaggio per Odisseo ha come costante il mare, il mare “colore del vino”; e se il mare non fosse altro che una metafora nella metafora? Se considerassimo la nostra vita come un fiume con mille diramazioni, dove andremmo a sfociare se non nel vasto mare della società?
Ciascuno di noi interseca le proprie vicissitudini con quelle altrui e crea legami; così ogni fiume, che abbia un corso facile, breve, lungo o tortuoso, deve necessariamente riversarsi in mare. Non possiamo concepire l’idea che il suo scopo non sia quello di fondere nel mare la sua storia con quella degli altri fiumi, anche con quelli apparentemente meno importanti.
Il mare, a volte terribile e imprevedibile, affascinante e spettacolare, è lo scenario costante del percorso di UN uomo che si è fatto chiamare
Nessuno, che ha spesso celato la sua identità, a volte per sopravvivenza, a volte per timore, a volte per astuzia. Le vicende di Nessuno
dimostrano quanti legami si possono intrecciare, come fitte trame della tela di Penelope, e come il bisogno di combattere l’anonimato ed emergere, per raccontare la propria storia, stia alla base dell’essere uomini.
Così il mare diventa metafora di quel sostantivo astratto che noi chiamiamo “comunità”: raccoglie in sé, nella sua impersonalità, mille storie degne di essere raccontate e ascoltate, poiché ogni vita, nella sua preziosità, ha il diritto di affiorare e non cadere nell’oblio.
Pertanto, Nessuno, alla fine, piangendo, svelò la sua identità ai Feaci e scelse di narrare la propria storia, affinché non fossero gli altri a raccontarla per lui, affinché il dolore provato avesse il colore della sua voce. Così ogni uomo, ognuno di noi, anche il più propenso a essere nessuno, deve avere l’opportunità di immergersi in questo grande mare e far emergere la propria identità, uscendo dall’anonimato e raccontando la propria vicenda.
Homo sum, humani nihil a me alienum puto, scriveva Terenzio a distanza di secoli da Omero…forse il prendere coscienza di sé, capire di non essere “nessuno”, è una condizione necessaria per potersi comprendere tra uomini e osservare le trame di vita del prossimo, senza ritenerle “aliene”.
Soprattutto, ciò è necessario per trovare quel senso di appartenenza che, a volte, nel nostro individualismo, perdiamo, che ci fa sentire soli e disorientati, anche quando basterebbe solo afferrare la mano sconosciuta di chi, proprio come noi, ci naviga affianco, senza sosta, per sopravvivere.
                                                                                                                                   Elena Uras
2 Dicembre 2014

Questa riflessione è dedicata al “polytropos” amico e viaggiatore che ha ispirato questo blog e a tutti coloro che gli vogliono bene

Navigando sul mare color vino verso uomini di altre lingue”; Omero; Odissea; I.183.