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NUOVE FORME DEL MITO PER IL MITO APPIA NEL MITO – 1° ED. 2022

La Mitologia ha origini cosmopolite e arcane, nasce dalla radicale necessità umana di comprendere il mondo.
Con un costante work in progress, il Mito ha subito adattamenti e attualizzazioni, in base alle esigenze degli uomini di molteplici luoghi ed epoche. Non esiste un’origine del Mito né la possibilità netta di identificarne luogo, data di nascita e tipologia.

Abbiamo indubbiamente un maggior numero di attestazioni scritte di alcuni miti rinvenuti ad Alessandria e a Pergamo, dove studiosi greci tramandarono, compensarono, interpretarono e interpolarono numerosi papiri, traducendoli in alfabeto greco, secondo la Koiné Diálektos ellenista.
La categoria dei miti prescinde dall’epos e tutto ciò che riguarda la narrazione orale di vicende, verosimili o meno, si interseca con l’effetto taumaturgico che tale narrazione ha sull’auditore.

Il θαῦμα, come ben definito anche da Severino, rientra nella categoria del sub-lime, di ciò che genera stupore, sia in accezione positiva sia negativa. Per questa ragione, il Mito descrive vicende che, spesso, non tendono ad una happy end, bensì che suscitano timore, paura e angoscia.
Per anni si è creduto che nella storia delle Humanae Litterae non ci fosse nulla da aggiungere, di cui interessarsi, poiché il passato è stato interpretato quale cimelio intonso e ormai lontano dal presente.
Suddetta forma mentis ha indotto i più a disinteressarsi allo studio della Mitologia e delle sue origini, non considerando che quest’ultima fa parte del serpens qui caudam devorat, l’οὐροβόρος, simbolo dell’eterno ritorno e della ciclicità della Storia.
La renovatio del Mito ha avuto origine negli ultimi tempi con il supporto di studiosi e mediante la divulgazione causata dal bisogno incessante di ritrovare le radici umane per comprenderne le gesta attuali e specchiarvisi, individuando nuove caratteristiche attraverso ciò che è stato.
Chi sono i depositari di tale compito?

Tradere il Mito per tra-dirlo e, dunque, tramandarlo sotto nuove vesti, significa riprendere la strada calcata da arcane vestigia ma adeguandola all’hic et nunc, proiettando vicende di uomini, donne, dèi ed eroi nel presente indicativo, al fine di dare voce all’attuale generazione, porla sotto i riflettori per fornirne un’accezione critica e non solo vicina all’attualità.
Il Mito ha lo scopo di svelare quesiti irrisolti e portare all’introspezione dell’uomo, alla riflessione e alla presa di coscienza dell’urgenza incessante di guardare al futuro per migliorarlo.
Per quanto stra-ordinario possa apparire, considerate le ampie aule accademiche e le solenni Lectiones cui si era avvezzi in merito a questioni afferenti all’antichità, è importante evidenziare un sottobosco di giovani, preparati e ricchi di speranza, che supportano iniziative che riguardano la Mitologia, che non abbandonano il cammino lasciato dai rapsódi e dagli aédi, e se ne fanno portavoce, grazie alla incessante voglia di dare lustro al passato, di migliorare il futuro, ponendo in luce ai più l’exemplum cotidianum della tenacia e dell’incessante studio.
APPIA NEL MITO è un percorso di spettacoli all’aperto tra Roma e Frascati, che hanno al centro il Mito, attraverso le storie incredibili di eroi ed eroine del passato. Inoltre, l’immersione dello spettatore in tali narrazioni è amplificata dall’ubicazione degli eventi scenici, immersi fra suggestivi reperti di una civiltà immortale. Il focus dell’iniziativa è, dunque, quello di dare lustro al patrimonio dei Beni Archeologici di cui il Lazio è ricco.

A partire dal 18 giugno 2022, fino al 30 luglio 2022, tra la Chiesa di San Nicola (presso l’Appia Antica- Roma) e Villa Torlonia (Frascati), tredici opere si susseguono per rendere omaggio al Mito, a protagonisti del mondo classico o a cultori della disciplina, da Saffo a Pasolini.
La forza di Appia nel Mito è la gestione che ha una prevalente componente di giovani; ciò è un faro di salvezza per il futuro del mondo antico. Dalla Direzione sono stati coinvolti ulteriori artisti, che, con freschezza, hanno coinvolto ogni sorta di spettatore. Del resto, il mito è a-temporale e vedere una variegata componente di pubblico è mirabile.
La rivisitazione delle opere non viola la antica sacralità del θαῦμα, bensì la adatta alle nuove tecniche del dramma, agli studi approfonditi negli anni, restituisce un approccio filologico nuovo e adeguato alle esigenze del presente, oltre che a quelle dello spettatore.
Andare oltre il Mito implica l’abilità di trasmetterne i valori, senza privare gli astanti di un elemento fondamentale: il bisogno di leggerezza, di ridere, sorridere, commuoversi e riflettere.
Alcuni esempi di spettacoli:
il 24 giugno, Andrea Tidona porta in scena la rivisitazione tragicomica di “Edipo Re”, sottoforma di sogno, richiamando l’umorismo pirandelliano e interagendo con il pubblico, nessuno è spettatore, tutti sono attori del processo scenico. Tidona riporta alla mente i grandi tragediografi, registi, attori della contemporaneità, li fa partecipare alla tragedia sofoclea. In un camaleontico mutare di personaggi, restituisce a ciascuno la propria modalità recitativa. Egli indossa molteplici maschere ma tiene presente il valore della tragedia; crea, nella dimensione onirica da lui rappresentata, uno straniamento piacevole e veritiero: la necessità di pensare a ciò che muove l’agire tragico edipico, l’Amore, assieme all’esigenza di meta-narrare una tragedia, scissa fra essenza e apparenza, all’interno dell’assoluto stato fenomenologico, il sogno.
Con la ripresa della metamorfosi di Daphne, la parola lascia spazio alla coreutica e il Mito si svela in una danza di encomiabile delicatezza, in cui la dulcedo Amoris è protagonista.
A seguire, viene narrata la vicenda di Circe, ben lungi dal circoscritto episodio omerico – odissiaco ed ellenista. Chi è Circe? Quale è la sua storia? In pochi sono andati oltre ciò che la vede isolata, ad Eea, megera che compie incantesimi che vanno oltre l’ Humanitas. La figlia del Dio del Sole è delineata nel suo percorso di vita, quasi viene data giustizia al suo operare, alla sua trasformazione in maga. Si innamora, condannata alla solitudine, non trova felici imenei e incede nella sua immortale esistenza, destinata a patire per ogni amore perduto, nonostante la sua bellezza non sfiorisca.
La commistione fra vicende cruente e malinconico destino di Circe è metafora dell’esistenza di molti: divisa fra infelicità, sventura e frustrazione, che si tramuta, talvolta, in ferinitas.
Il 1’ luglio, Melania Giglio riporta alla luce la regina della lirica greca, la poetessa di Lesbo, Saffo, e canta alle stelle l’Inno ad Afrodite, pregando la Dea dell’Amore per l’amore in sé, forza vitale di cui, ora più che mai, si ha necessità.
Il fr. 1 Voigt, risalente al VII a.C., chiede pietà ad Afrodite immortale dal trono variopinto, affinché l’amore non disdegni l’io lirico e doni speranza a chi ama senza essere corrisposto.
Afrodite, corpo e voce di Melania Giglio, parla alla sventurata innamorata e la rassicura sulle dinamiche dell’Amore:

“[…]. Se ora fugge, a breve ti cercherà;
se non accetta doni, presto ne farà;
se non ama, subito ti amerà;
anche se non vuole…”.

Con queste parole consolatorie, ogni persona che ha in sé il sentimento amoroso, che soffre per un amore impossibile, percepisce una arcana saggezza. Saffo è la prima donna che lascia l’ immortale testimonianza di ciò che va oltre ogni raziocinio: un indomabile sentimento.
Grazie alla mirabile scelta poetica, risorge il Mito di Saffo, senza cliché misogini e luoghi comuni, la parola della poetessa stessa diventa Mito nel mito. Nessuno degli astanti che ha in animo Amore si sente preda della solitudine e dell’incomprensione; bensì, percepisce un’amorevole abbraccio di speranza nella notte di Roma e le stelle
sorridono compiaciute.
Tra i mirabilia del Mito, non poteva mancare Dioniso. Il dio del Caos, che, convenzionalmente e nietzschianamente, conduce alla folle genialità, torna ad essere lo Xenos, lo sconosciuto, il viandante senza identità . È lo straniero che arriva da luoghi lontani, per approdare in regni basati su solide tradizioni. Egli è il migrante che viene vituperato per la sua diversità culturale. Tuttavia, conduce una schiera di invisi alla società e , nonostante gli ostacoli, si libera dal giogo dei pregiudizi e dell’alienazione per acquisire il rispetto che merita. Non importa l’origine nobile, importa l’essere vivente che egli rappresenta e diventa, tra un momento colmo di ironia e sarcasmo e tragicità, il capofila dei senza nome e dei dimenticati, prendendo il sopravvento sui pregiudizi dei demagoghi.
Tra i vari spettacoli non può mancare un uomo che ha narrato miti e combattuto per il Mito della giustizia e della legalità: Pier Paolo Pasolini. Pasolini il linguista, che ha implementato il nostro vocabolario; Pasolini l’eccentrico sempre presente a se stesso, come il protagonista di un Mito, è vittima Innocente della censura, della violenza. Attraverso Pasolini si può avere esempio di chi ha vissuto per l’arte e che ha dato valore alla cultura classica mediante la propria cinematografia. Una Storia “sbagliata” che ha scosso una generazione intera su ogni ambito della cultura, che ha fatto riflettere gli animi dei contemporanei in merito a ciò che , per gli antichi, anormale non era.
Non mancano riprese di arcani aforismi, su cui Autori, quali Alceo o Orazio, hanno imbastito componimenti che inneggiano alla verità, data dall’ebbrezza del vino, per cui vincere la paura e festeggiare momenti di liberazione a seguito del giogo della Tirannide sono di fondamentale necessità.
Nel palinsesto dell’Appia nel mito non manca di nulla: ogni elemento della culla della civiltà è degno di interesse ed è valorizzato.

Ad maiora et ad Astra semper per questa iniziativa neofita, per cui si spera prospera e longeva Fors.


Roma, luglio 2022

f.to Elena Uras

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Impressioni sul testo dell’Autore Elena Uras

L’alterità.

Ciò che scinde l’apparenza
dall’essenza.

Il saggio, costruito sulla forza della parola, si prefigge di riflettere sul tema dell’alterità, dove la capacità di sollevare il velo dell’apparenza è fonte di arricchimento e riscoperta di sé stessi, la meta del viaggio di ritorno di ogni esistenza. Partendo dai testimoni più antichi della letteratura greca e latina, l’autrice analizza i concetti di ΞΕΝΟΣ e ΒΑΡΒΑΡΟΣ, studia in termini concreti dal punto di vista dell’ospite e dello straniero l’evoluzione culturale del rapporto con il diverso, passando in rassegna costumi antichi come quello della ΞΕΝΙΑ, e processi difensivi verso l’altro fatti di ostilità e pregiudizio. Con un costante invito al lettore a un intenso lavoro di riflessione, sollecitato inoltre dalla voce di poeti e pensatori di ogni tempo, di cui vengono riportati degli estratti, il saggio si prefigge di sfatare luoghi comuni, ristrettezze mentali, per lanciare un messaggio egualitario tra gli uomini, ricordando che ognuno è un mondo diverso da conoscere e accogliere con amore, unica forza capace di unire.

Analizzando il tema dell’alterità, in tempi in cui sembrano rinvigoriti sentimenti razzisti e in cui l’individualismo porta alla chiusura e al pregiudizio verso l’altro, per salvaguardare i propri privilegi, anche a costo di creare muri e divisioni, l’autrice mostra come ciò che in realtà divide ogni uomo-mondo dall’altro è il sottile velo dell’apparenza, che con la forza dell’amore può essere sollevato, dando all’incontro con l’altro un’accezione positiva e arricchente. Il lettore viene piacevolmente condotto all’interno del proprio essere, invitato alla riflessione, con un percorso ricco di stimoli che attraverso la mente giunge al cuore, all’apertura verso l’alter.

Il saggio ha la potenza del frammento, è costruito sulla forza della parola, scritto con stile, bellezza, forza. Ha il grande merito di essere leggero e ricco allo stesso tempo, capace di suscitare riflessioni profonde, di prestarsi a una e più letture, ogni volta per arrivare a una comprensione più profonda del suo messaggio.

Sinossi

Il presente saggio consta in una serie di riflessioni antropologico-letterarie basate sul concetto di alterità e sulla dicotomia fra essere apparire che tramite la letteratura si riflette attraverso la Storia e la società. L’Autrice, attraverso le proprie riflessioni, vuole individuare il concetto di straniero ed estraneità, non nell’ottica di mera appartenenza ad un altrove geograficamente collocabile, bensì cercherà di indagare la condizione esistenziale di chi, in particolari circostanze, entra in contatto con società differenti dalla propria, intrecciando rapporti con altri uomini e donne, confrontandosi con istituzioni, costumi e abitudini che vengono considerate estranee. In correlazione a questa premessa non si può esulare dal lemma astratto e neutro di alterità, che richiama il rapporto che ciascun essere umano ha con l’alter e da cui è incessantemente in posizione di distacco, a prescindere da questioni di appartenenza a culture differenti. Dunque, il concetto di straniero si amplia verso qualcosa che si riferisce alla condizione in cui ciascuno si trova a vivere nel proprio quotidiano, nel rapportarsi a persone di fronte alle quali si sente “alieno” o nell’incespicare in circostanze stranianti.

Homo sum, humani nihil a me alienum puto, scriveva Terenzio a distanza di secoli da Omero…Forse il prendere coscienza di sé, capire di non essere “nessuno”, è una condizione necessaria per potersi comprendere tra uomini e osservare le trame di vita del prossimo, senza ritenerle “aliene”.

Salerno, 10 luglio 2020

Omissis

Grazie e doverose giustificazioni,

miserere mei!

Grazie per aver speso queste belle parole, frutto di una serie di riflessioni fatte alla luce delle notti insonni che si sono susseguite dal 4 marzo in poi…era un progetto in fieri…le classiche cose che si rimandano. Devo ringraziare soprattutto i momenti di luce in cui si faceva sempre più forte la necessità di concludere questo percorso, mentre spesso leggevo ciò che di più negativo emerge dall’alterità. Dunque, mantenendo fede alle promesse fatte a chi non c’è più, grazie ad avere accumulato e studiato tanto, fino a non sapere da dove iniziare, spero di essere riuscita a fare quanto ho promesso, in modo dignitoso: fra De Mauro, Gabriella Poma, Robert Graves, Omero, Eschilo, Euripide, Sofocle, Terenzio, Seneca, Strabone, i Lessici Latini e Greci…e tutto ciò che non necat sed emunit; il ricordo e la memoria dei miei amati testi di varia guisa e settore. Forse le grandi passioni nascono da grandi ispiratori, forse non sono io che ho scelto ma il Destino che ha scelto per me la strada da percorrere e, fra una Lezione a Distanza, la correzione di compiti, le verifiche in cooperative learning, abbiamo continuato a mantenerci presenti a noi stessi e a non abbandonare ciò che si ama, l’origo. Non sono riuscita a leggere nulla fino al 30 giugno 2020, e ho iniziato con rileggere Sepúlveda: “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”, perché un po’ lumaca mi sono sentita…

Solo ora le mie carte di Scuola sono state messe a posto, non ho avuto il coraggio di toccarle da quando ho poggiato le cartelle il 4 marzo, non per sciatteria, ma per incredulità. E tanto il dispiacere per tutto ciò che è accaduto e accade, che, stavolta, non potevo esimermi dallo scrivere una serie di riflessioni, antitetiche per esempi, sulla gestione dei rapporti fra gli umani, esseri così uguali ma diversi, per dirla con Gardner…Soprattutto, tutto ciò ha portato a riflettere fino a dove l’intolleranza, la superbia, l’esasperazione e la noluntas portino alienazione e mi ha indotta a ragionare sugli effetti estremi che ciò porta a compiere, volti quasi all’inumanità.

Il lock down è servito a tirare molte somme, a capire meglio chi siamo e chi vogliamo essere nel mondo, a come fare per “esserci”.

Sassari, 14 luglio 2020

Elena Uras

Me, Atene, fra genti che parlano lingue straniere, ΕΥΧΑΡΙΣΤΩ ΠΑΡΑ ΠΑΡΑ ΠΟΛΥ!

Fama imperitura e chi resta.

Il 2022 ha un epilogo colmo di silenzio attonito: un altro teatro chiude e le sue “esequie” non sono celebrate quanto basta. Il “Teatro – i”, in via Gaudenzio Ferrari 11, a Milano, calerà il proprio sipario per sempre. La mestizia dei lavoratori dello spettacolo, che, in maniere differenti, hanno sperato sino all’ultimo giorno, indubbiamente si amplifica: giorni di “festa”, colori, luci. Tra loro c’è chi aveva rivisto una ripartenza nel 2021, altri di recente, altri ancora continuavano a distribuire il palinsesto come se qualcosa potesse cristallizzarsi, fermarne il declino.

Tra il 20 ottobre e l’8 novembre del 2022, “al Teatro i”, si è chiuso e riaperto un sipario, con lentezza e riverente silenzio, più e più volte:preludio di un lutto che non avrà effettivamente “Esequie Solenni”.

Non casuale la scelta del testo e del luogo fatta dal Regista, Renzo Martinelli, al fine di porre in scena “Esequie Solenni”, opera di Antonio Tarantino, artista poliedrico contemporaneo (studioso dell’ideologia gramsciana). Il Dramma pone a confronto due donne diametralmente opposte per esperienza e forma mentis, ma che hanno in comune una unica grande responsabilità: l’essere vedove di uomini di potere.

Interpreti magistrali, differenti per kynésis e interpretazione scenica, sono Emanuela Villagrossi, Donna Franca, ed Elena Arvigo, Donna Leona. Donne di Politici deceduti, che si incontrano, si scontrano e si confrontano, fino a giungere ad una communis opinio: il conforto e la complicità.

Giochi di luci ed ombra, quasi a rimandi hitchcockiani (Andrea Ceriani e Beppe Sordi), si alternano ai suoni di Gianluca Agostini, moderni e surreali, che rendono onirica e straniante una vicenda di apparente ordinarietà: funerali politici, di Stato? – non datur scire!  L’intreccio delle parole, nella intricata trama, fa immergere lo spettatore in una dimensione a-temporale, che richiama al dopoguerra ma anche alla Storia più recente.

Per giungere al quid delle scene, ogni lemma deve essere udito e compreso attentamente, contestualizzato, riconosciuto e collocato in qualcosa che è storicamente noto a chi spetta, ma che è bene “narrare” metaforicamente, iperbolicamente, perifrasticamente, senza esplicitazione alcuna di luoghi o fatti presenti nei libri di Storia, poiché molti aspetti del dramma sono riconducibili all’oggi, attualizzabili e sottoponibili alla libera critica.

L’actio offre l’imprinting per cogliere altalenanti ruoli di potere e subordinazione fra le donne in lutto, che si alternano fra slanci di gloria e improvvisi decadimenti morali: la gioventù e l’inesperienza di Leona mostrano a Franca una genuinità sarcasticamente comprensibile, marcata con accondiscendenza, e pongono quest’ultima in una iniziale posizione di elevazione rispetto alla giovane, fiduciosa, Leona.

Nell’incipit, infatti, si percepisce il ruolo di Donna Franca, quale sfingica, scaltra e consapevole matrona. Ciò può essere ribaltato dalla spontaneità di Donna Leona, dalla sua stessa giovinezza, dalla sua purezza e speranza in un mondo che crede saldo su principi da lei ritenuti inconfutabili.

Donna Franca, ormai da 13 anni, indossa il suo nero, logoro, abito, e rifugge dalla società, nascondendo la fragilità di essere rimasta sola: si è schermata con orgoglio dalla tradizione di cui per troppo ha fatto parte e di cui nutre una cinica opinione. Lei conosce le dinamiche del mondo della politica, dell’esaltazione di quello che è stato uno degli Alfieri della massa popolare, che ha avuto tra le mani il potere di dichiarare ad una “folla oceanica” l’inizio di una immane movimentazione bellica; ha udito le urla e le grida di giubilo per il proprio marito. Tuttavia, ha dovuto piegarsi al potere, per svolgere il ruolo di chi tace e annuisce a capo chino, seguendo i buoni precetti di chi ha l’onere di “amare” un uomo carismatico.

Donna Leona è disorientata, non sa cosa la attende, quali siano i pericoli, i tranelli di chi la sorveglia durante le esequie di un condottiero del popolo; tuttavia, innamorata della sua persona: obbedisce ciecamente a chi le prepara l’elogio funebre, a chi le fornisce l’abito per simboleggiare la fiamma che arde dietro la politica di Colui che lei crede proprio precettore. Fino a che punto comprenderà il gioco di potere a cui si è prestata? Esattamente come ha fatto, illo tempore, Donna Franca, anche Leona inizia a comprendere che brucerà, con un fuoco sottile sotto la pelle, per avere esposto la propria fragilità coram populo. Fino a quando percepirà che le altisonanti parole che dovrà pronunciare – e che la moltitudine si aspetta di intendere da lei- non provengono realmente dalla propria anima? Quanto amore le è stato dato e quanto ne ha lesinato? Tanti sono i quesiti su cui Donna Leona è portata a riflettere, le provocazioni di Donna Franca le sono utili per scardinare l’oblio delle parole fatue della demagogia, per cercare, ritrovare se stessa e le proprie idee.

Così, mediante una stichomìthia fra le due, si riesce a comprendere che non sono tanto diverse: si scoprono vittime di un amore meno forte di quello che i propri mariti nutrivano per il potere. Un amore imperituro sulla carta, sui giornali, sulla bocca di chi incespica un involucro di parole e pettegolezzi, ma che impone a Franca e Leona un dato codice comportamentale che, per tutta la vita, resta come uno stigma sul loro nome: legato indissolubilmente a qualcuno che le ha amate dietro le quinte di un sipario. Un sipario, che, come la risacca sul mare in battigia, le vela e le svela al pubblico, con veemenza o pacatezza: in base all’ occasio richiesta da un mondo travolto dagli eventi e poco propenso alla comprensione dell’essere umano, teso unicamente alla pubblica immagine.

Eventi che si susseguono in un continuo vortice, che sono capaci di prendere il sopravvento, ora con una climax ascendente di assensi, ora nel fare precipitare nel baratro del silenzio chi si prodiga per il rispetto delle “convenzioni”. La politica ha tale potere: come la Fama, è un horrendum monstrum che si nutre delle emozioni di chi espone i propri sentimenti, volubili come la Storia.

Le due “donne”, apparentemente ostili tra loro, cresciute in momenti storici differenti e con ideologie antitetiche, convengono sulla propria condizione: essere state vittime di un giogo che ha cinto il loro cuore, la loro anima, per poi stringerla, in maniera inarrestabile, all’interno di un vortice di sentimenti, che nulla ha a che fare con la purezza della loro anima. Leona e Franca comprendono che la manipolazione implicita delle proprie menti è avvenuta lentamente, avanzando, con precipitosa rapidità, solo in prossimità delle Solenni Esequie. Ciò ha fagocitato ogni briciola della loro spontaneità, del loro amore, travolgendole con la paura di sbagliare, di annullare quel sigillo, lo sfraghìs, che le ha legate, non solo ad un semplice uomo, ma ad un entourage di pretenziosi dignitari, disposti a tutto pur di fare decadere la loro immagine di “donne fedeli”. Sta in ciò l’esperienza che Donna Franca trasmette a Donna Leona: l’insegnamento fondamentale, il non cadere vittima della fede cieca in una ideologia, ma di preservare la dignità di donna.

Donna Franca e Donna Leona, ormai sono entrambe “Signore” sullo stesso piano, non c’è subalternità: una appartiene ad una vita passata che ha abbandonato e cui si è rassegnata, l’altra al presente. Leona ha un futuro che le si prospetta luminoso e lontano dalla pressione sociale. Franca, prigioniera di ricordi e sola, prende per mano Leona, florida e di bellezza d’animo intensa: vuole e può “salvare” la giovane dalla prigionia del lutto e della fama impopolare.

Leona, con l’aiuto di Franca, non cederà alle lusinghe del popolo, viene protetta dalla sua nuova consigliera, poiché questa non ha più nulla da perdere; ella fa crollare la maschera di orgoglio, che si è imposta di indossare per troppoi anni, per tendere una mano a chi è come era lei: una giovane donna soggiogata da una realtà schiacciante.

Tuttavia, cosa c’è di pericoloso, in realtà, dietro le mura di una stanza, nascosto nella penombra? C’è qualcosa che solo chi ha animo puro può abbracciare, una creatura che, nella sua apparente ambiguità, agogna la sopravvivenza; è stata abbandonata e solo Donna Franca ne ha cura. L’esserino nascosto in penombra è il lascito di altisonanti nomi, come un monile viene affidato ad un altro testimone, da secoli e secoli, chiede affetto, nonostante la sua Pericolosità. Definirlo è impossibile, non ha un nome, esiste e chiede cure. Pur essendo amorfa, deforme, difforme, ibrida, la creatura innominata rimane in vita. Ora è giunto il momento che sia Donna Leona a sentirne il vagito, a desiderare di conoscerla per comprenderne la natura, non la rifiuta, vi si reca. La giovane vedova sente di fare un gesto d’amore: “𝙿𝚛𝚒𝚖𝚊 𝚍𝚒 𝚕𝚊𝚜𝚌𝚒𝚊𝚛𝚎 𝚚𝚞𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚌𝚊𝚜𝚊 𝚌𝚑𝚎 𝚗𝚎𝚕 𝚋𝚛𝚎𝚟𝚎 𝚝𝚎𝚖𝚙𝚘 𝚍𝚒 𝚚𝚞𝚎𝚜𝚝𝚘 strano 𝚒𝚗𝚌𝚘𝚗𝚝𝚛𝚘, 𝚑𝚘 𝚒𝚖𝚙𝚊𝚛𝚊𝚝𝚘 𝚙𝚎𝚛𝚜𝚒𝚗𝚘 𝚊𝚍 𝚊𝚖𝚊𝚛𝚎, 𝚟𝚘𝚛𝚛𝚎𝚒, 𝚟𝚘𝚛𝚛𝚎𝚒 𝚊𝚗𝚍𝚊𝚛𝚎 𝚍𝚒 𝚕à 𝚜𝚝𝚛𝚒𝚗𝚐𝚎𝚛𝚎 𝚊 𝚖𝚎 𝚚𝚞𝚎𝚕𝚕𝚊 𝚌𝚛𝚎𝚊𝚝𝚞𝚛𝚊”. Tiene a sé l’esserino, di cui Donna Franca si è preso cura per 13 anni, e a cui Leona sente comunque di volere bene.

La catarsi dell’opera è riconoscibile nella chiosa, ovvero nella presa di coscienza tra le donne e relativa al senso di appartenenza ad una comune condizione della quale, almeno Leona, con la complicità di Franca, riesce a fare propria. Nonostante gli intrighi, le tentazioni, le blandizie del mondo esterno, che la attende per mero parvenu e per poi lasciarla sola, Leona viene messa in salvo da un’esistenza sine amore, ossessionata dal passato e dal lutto perpetuo di, cui è esempio Donna Franca.

In questa molteplicità di accadimenti e sottese allegorie, concretizzate dal testo, non si può che rendere omaggio alle interpreti, Elena Arvigo e ad Emanuela Villagrossi, le quali, con studio e passione hanno reso onorabile il testo di Antonio Tarantino,  di intensa complessità narrativa e dall’intreccio ricco di riferimenti attualizzabili e tendenti al passato, mai esplicitati. I legami logici non hanno fine e le due Attrici, insieme al  regista, con meticoloso, profondo, studio, hanno fatto in modo che lo spettatore fosse condotto per mano verso la comprensione di ciò che è sottinteso e che giace sotto la polvere di tanti tappeti calcati dalle consuetudini secolari della politica.

Mi disse che è il Destino dei grandi protagonisti della politica il venire santificati perché il loro cadavere deve servire alla causa anche dopo la morte, soprattutto dopo la morte” A. Tarantino.

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La dicotomia fra il bene e il male, fra la giustizia e l’ingiustizia, fra la fedeltà e la per-fidia, proprie del genere Noir, risiedono in suddette parole e danno un taglio didascalico a quanto Tarantino propone. Quasi ossimoricamente, l’Autore fa pensare a tanti Alfieri della politica che, nei secoli, assieme alle proprie “Donne”, hanno subito la damnatio memoriae, nonostante la celebrazione di ossequiose e immani “Esequie Solenni”. Questa vicenda non tratta di politica o storia, tende alla salvezza di chi, per oblio e fede nelle ideologie, sgretolate dagli eventi, può ancora trovare un’ancora di salvezza e, nonostante il timore della censura e della alienazione pubblica, riesce a trovare la libertà.

Un caro augurio ai Lavoratori dello Spettacolo del “Teatro i”, con l’auspicio di percorrere fiduciosamente una nuova, prospera, strada.

Milano, 31 ottobre 2022

f.to Prof.ssa Elena Uras  

“LE SORELLASTRE”: irresistibile, eccentrica proiezione della Realtà!

Di Ottavia Bianchi.

Regia di Giorgio Latini.

Con Ottavia Bianchi, Patrizia Ciabatta, Beatrice Gattai e Giulia Santilli

[…] una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo “Essere”[…]
Luigi Pirandello; Uno, Nessuno, Centom
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“Le Sorellastre” mette a nudo una tematica di profonda attualità, che rappresenta l’umana condizione ma che mai annoia, considerata la levatura professionale di coloro che la portano in scena dal 2019, curandone ogni dettaglio. Nella realizzazione de “Le Sorellastre”, infatti, la grande sfida del regista, Giorgio Latini, e di Ottavia Bianchi, attrice e Direttrice Artistica dell’“Altrove Teatro Studio”, è quella di creare l’alter ego dello spettatore, nel graduale tentativo di far cadere lentamente le maschere che ogni uomo si impone di indossare in determinate circostanze, anche durante quelle più tristi, come la dipartita di una persona amata.

Tramite la cura dell’actio teatralis e lo studio delle dinamiche sociali, l’opera ha lo scopo di creare empatia tra le “sorellastre”, Emma, Elvira, Ughetta, Emilia, e il pubblico. Ciascuno, in platea, pertanto, si riconosce nella vicenda narrata, vedendone i tratti umoristici e satirici, fino a riflettere introspettivamente sulle proprie esperienze di vita. Fra un sorriso, una pausa malinconica o una rivelazione, accompagnati da gradevoli intermezzi musicali e giochi di luci ed ombre, la rappresentazione del reale supera ogni aspettativa e lascia il pubblico attonito, forse più consapevole in merito a ciò che è comune a tutti: la reazione di fronte alla morte.

A ciò si accompagna la disperata volontà di tenere desto quello che tutti vorrebbero mostrare al mondo: la perfezione della propria vita, pur di non cedere alla consapevolezza di essere umani, fallibili, perfettibili e, dunque, fragili.

Nell’incedere degli eventi quotidiani, talvolta, si perde di vista il concetto di “famiglia”, nitido e puro, per lasciare spazio alla dicotomia fra essere e apparire, al parvenu, che deve necessariamente persistere, onde evitare un terribile accadimento: il giudizio della gente, in primis, dei propri cari.

Quattro sorelle interrompono la propria vita per incontrarsi in occasione della morte della madre. Sono grandi, sono diverse e, pur essendo cresciute insieme, hanno percorso strade opposte, al punto tale da doversi preparare per difendersi dal giudizio del sangue del proprio sangue.Un incipit dell’opera in cui, contrariamente a quanto ci si aspetta, lo slancio affettivo lascia il posto alla gelida critica fra sorelle: nessun abbraccio, nessun gesto di conforto. Le esequie stesse sono una costrizione. La bara, infatti, nonostante la veglia in casa, è quasi un oggetto di scena per “le sorellastre”, che sono concentrate nel continuo rimestare vecchi rancori, al punto da perdere di vista il motivo del loro incontro: la mamma defunta.

Poco si comprende della “piccola e vecchia” signora che giace nel feretro: ogni figlia offre la proiezione della propria madre secondo il punto di vista con cui ha imbastito il rapporto con lei.Era una donna pretenziosa, severa, bizzarra, spiritualista, una madre amorevole o una donna romantica? Non lo sappiamo. Capiamo che lei e il marito, un tempo, sono stati belli e innamorati; lo scopriamo attraverso una foto in bianco e nero, da cui iniziano ad emergere i ricordi di una famiglia in cui, come in tutte le normali scale gerarchiche dell’ambiente domestico, emerge la figlia più “assennata”, che si “sistema”, fino alla più piccola, a cui viene lasciato ogni libero e stravagante arbitrio.

Conosciamo Emma, la “brava di casa”, che doveva studiare e portare a casa risultati, ovvero “sistemarsi” con il lavoro, avere un marito facoltoso e mettere al mondo due figli. Lei è la perfezione, l’insegnante devota al mestiere, indossa le perle e ha i boccoli intonsi; nutre la costante necessità di ribadire che le cose debbono mantenere una data facciata, non è consentito trasgredire al bon ton! Del resto, Emma non ha mai conosciuto le trasgressioni, ha solo messo in opera le buone norme del galateo. Tipico cliché imperituro a cui, durante accadimenti del genere, la gente bada; chi ha identificato tale dinamica ha iniziato a rispecchiarsi in Emma, magari attendendo la caduta della sua maschera…o delle perle!

Elvira, la ribelle, che aveva tanti fidanzati quanti una squadra di calcio, nel corso della sua vita ha donato tutto al suo rigido ruolo di donna d’affari, dimostrando unicamente affetto per i beni materiali. Del resto, a parte qualche ceffone, non ha mai avuto una carezza dai genitori, né una bella parola, al punto tale da dimenticare un piccolo particolare: prendersi cura di se stessa e trovare il vero amore. Anche per Elvira il pubblico cerca la tessera di un puzzle che manca: si può davvero essere cinici fino in fondo, oppure c’è dell’altro?

Ughetta, così dolce, la piccola di casa, che sta con la sua “mammina” adorata; forse è troppo ingenua per sostenere tante tribolazioni o troppo buona per sopportare il cinismo delle sorelle, a cui manifesta grande umanità. La sua vita è sospesa tra i ricordi recenti e quelli nebulosi, ricostruiti tramite i racconti diametralmente opposti delle sorelle. Per questo motivo si sente “confusa” e “stupida”. Come una barca in balia della tempesta, la più piccola delle sorelle cerca di reggere l’equilibrio fra le altre. Ughetta, quasi come una bimba, invita le sorelle al rispetto per la mamma morta, verso il cui feretro è l’unica ad andare, cercando di dare onore alla volontà della defunta e quasi percependone i pensieri. Fino a che punto è possibile tenere testa a tale dolore e a tanta accidia delle sorelle? Il pubblico guarda le lancette nella dubbiosa attesa che la bomba ad orologeria insita in Ughetta esploda con una immane deflagrazione.

Infine c’è Lia, anzi “Emilia”, non le piacciono i diminutivi sin da bambina. Tuttavia, con accanimento, subisce questo nomignolo dalle sorelle, che sono ben consce di urtarne la pazienza. Nella sua vita, Emilia non è mai apparsa come la guastafeste, né come la cocca di mamma, né la cucciola da viziare, lei è “il bastone della vecchiaia”! Lei è sempre presente nel momento del bisogno, ligia al dovere e impegnata sul sociale: la sua stessa postura lo suggerisce! Non solleva mai i toni, si occupa delle faccende domestiche, si prende cura di una casa, un tempo piena di vitalità e che, lentamente, si svuota. Sorveglia Ughetta e se ne fa carico, come una seconda madre. Anche lei potrebbe avere il proprio punto di rottura, pertanto, tiene gli spettatori con il fiato sospeso.

L’oggetto del desiderio, che riesce a tenere insieme le care “sorellastre”, è un’eredità, messa in ballo attraverso un testamento bislacco, che le costringe a “giocare come da bambine”, insieme per 24 ore. Un machiavellico sistema ordito dalla signora “vecchia e piccola” e che ora è nel suo feretro, con il vestito chiaro e colorato. Come da disposizioni, incatena le figlie alla propria camera ardente. I soldi di una grossa proprietà sono un ghiotto modo per “sopportarsi”, sotto il vincolo di telecamere, nascoste e controllate da un fantomatico notaio, il quale si deve accertare che tutto proceda secondo il testamento, soprattutto, che nessuna tra le sorelle abbandoni il gioco, pena la perdita dell’eredità! Con tale escamotage, i rimandi a 1984 di Orwell sono rintracciabili nell’immediato: le sorelle non possono esimersi da tale costrizione, poiché vogliono i soldi ad ogni costo!

Eppure, in base a quanto sappiamo di loro, pare che abbiano ottenuto tutto dalla propria vita e che ciascuna si sia realizzata, a modo proprio.Qualcosa fa impensierire la platea, al punto tale da fare desiderare che venga strappato una sorta di velo di Maya, che scinda l’apparenza dalla cosa in sé.

Sotto il semi-ricatto dell’esser osservate ma ingolosite dal bottino, quasi stupite dalla sagacia e dalla sadica trovata della madre, le ragazze stanno al gioco. Le ore passano, le pedine si muovono,e, tra una prova e l’altra, realizzano quanto indicato nelle regole. Tuttavia, lentamente, il verbo “sopportare”, che raggiunge una climax ascendente di accese e violente reazioni e improbabili confessioni, magicamente subisce un’apofonia e si traduce nel verbo “supportare”.

“Le sorellastre”, interpretate da Ottavia Bianchi, Patrizia Ciabatta, Beatrice Gattai e Giulia Santilli, sotto la attenta regia di Giorgio Latini, presentano ciò che fa bene al cuore, che rinfranca chiunque abbia vissuto simili situazioni. In questo modo, tra la platea, nell’assistere ad uno sfogo, un attacco isterico, lo squillo inaspettato e misterioso di un telefono, si sorride e si ride, per poi commuoversi fino alle lacrime e stare in ossequioso silenzio.

Come ogni opera teatrale gestita e curata da professionisti, anche questa lascia uno spunto riflessivo a chi va a casa: spesso il dolore viene bypassato per dare spazio alle apparenze, alla necessità di dimostrare che la vita di ciascuno sia intoccabile nel proprio equilibrio, benché fatuo.

Dato che nulla di ciò che appartiene al genere umano ci è alieno1, soprattutto quando si parla di affetti e di sorellanza, il giudizio viene meno per lasciare spazio alla comprensione, senza mai perdere di vista il focus dello spettacolo: l’essere specchio dell’alter.

Altrettanto importanti saranno le variegate tematiche che le protagoniste, con fatica, sveleranno: non è facile raccontarsi ab imo pectore,con la consapevolezza di avere sopra di sé una spada di Damocle che si incarna nella paura della derisione o della alienazione da parte della communis opinio o della propria famiglia.Mostrare le proprie debolezze, i propri desideri, la personale e privata concezione della vita, dell’amore e della morte non è mai confessione facile da fare: comporta aprire una faglia nel proprio animo ed esporlo alla sofferenza. Perciò, talvolta, è più facile scegliere di raccontarsi o farsi raccontare, lasciando di sé l’idea di vivere in una dimensione fenomenica ineccepibile. Un tema antropologico, da sempre esistito, e percepibile dalle parole e dagli sguardi di chi può scrutare oltre le apparenze: quello di chi, in fondo, ci ama da sempre, nonostante così non sembri.

Per tali ragioni, oltre che per la grazia, la disinvoltura e l’ironia con cui le attrici sanno catturare il pubblico, con la professionalità e la preparazione che le contraddistingue, è impossibile non voler bene alle “sorelle”, riconoscersi in una di loro o non affezionarsi alla vicenda stessa.

Infine, ancora una volta, l’opera teatrale dimostra il suo fine paideutico e fa comprendere quanto l’umanità abbia sempre bisogno del Teatro e di coloro che se ne prendono cura. “Le sorellastre”, tramite le loro relazioni e reazioni, ci insegnano che la razionalità fittizia non può durare a lungo e che le maschere, prima o poi, debbono cadere, soprattutto di fronte a chi ci conosce più di noi stessi, i nostri affetti familiari, e, in questo caso, le SORELLE.

Sassari, 11novembre 2022

Compagnia Teatro Sassari

f.to Elena Uras

1 Ter. Heaut.v.77; …homo sum, humani nihil a me alienum puto.


LA MIA VITA CON ADRIANO

Di Daniela Vigliano

“è così bello […] quando si ama, essere liberi di regalare tutto l’amore che si ha dentro, liberi di esprimerlo, di rivelarlo”; D. Vigliano, La mia Vita con Adriano.

L’opera di Daniela Vigliano porta il lettore a sentirsi in balìa di un’altalena fra presente e passato, conducendolo per mano a rievocare e a riflettere sulla realtà di una donna, metafora dell’umanità che non può esimersi dall’origine su cui si basa l’esistenza umana: un sentimento primordiale, l’Amore eterno, fra sogno e risveglio. Il racconto è un viaggio in cui i pensieri del lettore contemporaneo si raffrontano con un mondo a-topico e a-temporale, sognando epoche recondite assieme all’Autrice. Il classicismo riprende vita in tutta la sua maestosità, tra reperti archeologici e ricostruzioni di luoghi confortanti, che, solo l’immaginazione, ispirata da profondo studio e amore di Daniela Vigliano per la “culla della civiltà”, è riuscita a realizzare. 

Anna è l’io narrante che si raffronta con il mondo contemporaneo; ha il ruolo di madre e moglie, vive l’attimo presente attraverso la passione per la scoperta e le proprie vorticose vicissitudini e avventure. La protagonista esiste in bilico tra realtà e ricordi, respira a fondo il mondo della cultura e, mediante la memoria generata dalla passione per il viaggio e la ricerca delle umane vestigia, impresse da coloro che hanno abitato i luoghi che oggi percorre, ricerca le tracce di un mondo sommerso dalla polvere dei venti passati nei secoli. Così, Daniela dà vita alla persona di Aglaide, un’arcana figura femminile dai tratti eterei, che rispecchia l’amore per la cultura e per l’Imperatore Adriano.

L’imperatore, il saggio Adriano testimone della storia, detentore della memoria del proprio tempo, è capace di epiche gesta, di generosi slanci sentimentali, ma è anche un semplice uomo fallibile e perfettibile nella gestione delle emozioni: egli è capace di amare in profondità e trascinare chi ama attraverso i meandri del suo Impero così come nella propria, complessa, personalità. Anna, riflettendo tra le rovine di Tivoli, crea il proprio alter ego, Aglaide: una fanciulla che dona anima e corpo ad un amore viscerale e, come una zattera preda della tempesta, si lascia trascinare da colui su cui basa la propria vita, accompagnandosi ad Adriano e seguendolo presso luoghi remoti, rovine divenute ormai “pietre vecchie”, ma non per chi le vede con gli occhi sognanti di Aglaide innamorata o di chiunque abbia in sé l’amore per la cultura, come l’Autrice stessa.

Un viaggio nella storia della fenomenologia dell’Amore e delle sue conseguenze che fa pensare alla grande lirica di Saffo, all’ode al Sublime, alla descrizione della sintomatologia della gelosia per Adriano: uomo sfuggente, imponente, egoista e per cui l’amore non è esclusivo, bensì universale, come quello platonico del Fedro e del Simposio. “Pare uguale agli dèi colui che siede vicino a te…e verde come l’erba io divento e un fuoco sottile mi scorre sotto la pelle, tremo tutta…”; fr. 128 Voigt. Sono tali i sentimenti di Aglaide, che assiste alla vita di Adriano accontentandosi di esigui gesti d’amore, delle briciole che le impediscono di rompere la catena amorosa con cui egli ha avvolto il suo cuore e con cui la tiene in ostaggio. Adriano ha interessi tali per cui il tempo, il cuore, la mente e la forza non possono rivolgersi unicamente ad una donna sola, dei sentimenti si cura durante la celebrazione di brevi atti d’amore e dolcezza, ma che, lentamente, fanno comprendere che egli non potrà mai essere totalmente di Aglaide, ella dovrà rassegnarsi alla condivisione del suo amato con altri interessi, siano essi materiali o sentimentali. 

Dunque, l’amore per la famiglia, nella consuetudine dei tempi contemporanei, conduce sempre a pensieri arcani sull’Amore tanto cantato dai poeti, con valori che sono sempiterni: “è così bello […] quando si ama, essere liberi di regalare tutto l’amore che si ha dentro, liberi di esprimerlo, di rivelarlo”; D. Vigliano, La mia Vita con Adriano.

La libertà di amare, tuttavia, causa anche delusione, che Daniela Vigliano evidenzia con una sorta di stream of consciousness, volta al passato, sottolineando i piccoli momenti in cui Anna, la donna del mondo contemporaneo che rievoca Aglaide, vacilla, come un funambolo incerto, anche nel presente. Tuttavia, quest’ultima sa di non essere sola come la donna che riporta in vita dal passato, non è preda del cieco sentimento; si tiene salda sui propri pilastri: sa di contare sull’adorata famiglia e sul suo mondo reale e nitido, meno evanescente rispetto alle antiche rovine che visita e ricostruisce con il pensiero.

Antiteticamente avviene ad Aglaide, che si cruccia per la perdita di un semplice oggetto, una spilla, accontentandosi di un semplice monile, quale metafora dell’amore fatuo, e la espone alla debolezza dei sentimenti, preferendo immergersi nel profondo degli abissi del mare color galazio, piuttosto che morire per un uomo del passato, volubile, potente, pre-potente, che non appartiene affatto alla fides amorosa da cui è avvolta Anna, come da un nido di calda bambagia: gli affetti tangibili.

Al per-fidus Adriano e ai suoi incantesimi d’amore neppure Asklepio o Ermete possono porre rimedio: l’abaton dei maestosi templi è destinato a guarire altre ferite, non a sanare quelle date dallo strale che trafigge i cuori o a guarire il malore della verde gelosia e della tristezza dell’abbandono.

Aglaide, nei pensieri di Anna e nella sua lenta risalita verso la luce del proprio mondo concreto, come in un sogno, aleggia nella memoria dell’opera dell’Autrice, come esempio di chi ha tanto amato. Così il racconto diventa specchio di quanto è accaduto e, tutt’oggi, accade a molte donne nel corso dei secoli; è espressione dell’amore di chi soffre per delusioni e amori perduti nell’attesa di compiere una scelta di vita e non di subirla. Così, Aglaide, subisce una metamorfosi interiore e cessa di riversare un valore estremo su una semplice spilla e di dargli le sembianze dell’amore puro ed esclusivo; quel dono, fra tanti, torna ad essere un comune oggetto: non è più simbolo di una disperata ricerca di conferme sentimentali. Anna, invece, sogna e sa come risvegliarsi dalla propria breve condizione onirica.

In questo modo, con passione e maestria scrittoria, Daniela Vigliano elabora un testo che contrappone due tipologie femminili, lontane nel tempo e nel modus vivendi, ma che insegnano a sognare le ere lontane e, soprattutto, a riconoscere l’amore vero e scevro da interessi, in un labirinto di mondi e terre, impossibili da scordare o da allontanare dai luoghi dell’animo, ma in cui sono presenti i segnacoli per tracciare i confini tra l’essere innamorati e l’apparire tali.

15 novembre 2022

Ft.o Elena Uras

Antigone di Sofocle

Regia di Margherita Patti

Scene e costumi di Paola Tosti

Direzione Artistica di Massimo Simonini

Ufficio Stampa di Maresa Palmacci

La Forza della Parola: narrazioni senza Tempo

ANTIGONE: O tomba, camera nuziale, cella sotterranea, mia perpetua prigione, dove mi avvio per incontrare i miei cari, di cui il più gran numero di defunti Persefone accoglie; e ultima, e di tutti la più infelice, discenderò Laggiù, prima di aver raggiunto il termine della mia vita; Sof. Ant. vv. 891-895; trad. a cura di F. Ferrari, Ed. Rizzoli; 2009 (MI)

Quando ci si riferisce al Teatro Greco Antico non si può eludere la semplicità con cui gli attori recitavano, facendo reboare, con una pioggia di parole ritmate, antichi valori che trovano un riscontro nel corso del tempo, soprattutto quando ciò riguarda l’Antigone di Sofocle (V a.C.). Sofocle mette in scena un’opera di straordinaria suggestione, dando voce ad una delle più dolorose vicende che non smette di tormentare il destino umano, seppure con differenti modalità. La saga delle tragedie di Edipo rappresenta la presa di coscienza del dissidio fra schiavitù e libertà, fra coscienza e incoscienza. Antigone è l’apice della sequela, poiché pone l’uomo di fronte all’eterno ritorno del Dovere Governativo e del Sentimento spontaneo dettato dall’Animo.

L’etica e la morale sono le protagoniste, assieme all’amore; così, per comprendere gli eventi che sovrastano i nostri giorni e i giorni che hanno preceduto la nostra esistenza, il ritorno alla tragedia pura è un farmakon che lenisce l’animo, un faro di speranza verso chi ha smarrito la via e che può trovare sempre una forma di riscatto, imparando da Sofocle e dai saggi che hanno lasciato le loro vestigia attraverso le proprie opere. Traendo ancora spunto dalla sofferenza come insegnamento (pàthei màthos), dunque da una riflessione di Eschilo, si svela una nuova occasione per vivere momenti difficili, al fine di riscoprire il valore della libertà quotidiana. Sofocle ne rielabora il concetto, cercando di osservare il mondo oltre le apparenze che affliggono la società, con pregiudizi e giudizi.

ΧΟ: ὥστε θνητὸν ὄντα κείνην τὴν τελευταίαν ἰδεῖν ἡμέραν ἐπισκοποῦντα μηδέν᾽ ὀλβίζειν, πρὶν ἂν τέρμα τοῦ βίου περάσῃ μηδὲν ἀλγεινὸν παθών; ΣOΦ. OIΔ. TYP.; 1528- 1530

CORO: non puoi dire sereno chi ha dentro morte con gli occhi puntati a quell’ora suprema. Deve compiere il valico prima oltre la vita: senz’avere sofferto la fitta del male; trad. di F. Ferrari

Non importano gli orpelli, quanto la chiarezza con cui vengono indicati i personaggi e le loro ideologie. Spesso queste ultime, nel ciclico scorrere della Storia, hanno manifestato una netta dicotomia fra Ethos e Nomos. La σκηνή è semplice, raffigura le maschere indossate dagli attori e colloca lo spettatore in un tempo remoto, in cui l’essenzialità era alla base di ogni rappresentazione scenica. La nostra Antigone,  Mariagabriella Chinè, è la rielaboratrice della traduzione del testo in italiano e ha avuto cura di prestare fede all’originale greco, rendendone una traduzione comprensibile anche ai profani, e, assieme alla Regista, Margherita Patti, e alla scenografa e costumista, Paola Tosti, ha adeguato abiti e accessori al ruolo ricoperto dai personaggi. Questi ultimi vengono introdotti nei dialoghi: nessun Corifeo o ambasciatore rende edotto il pubblico, i nomi di Antigone, Creonte, Ismene, Tiresia, Emone, Eteocle, Polinice ed Euridice si inseriscono naturalmente nei dialoghi, soprattutto quando la stichomythia diventa incalzante e la dissertazione fra i personaggi non lascia spazio ad intermezzi esplicativi.

 Mariagabriella Chinè spiega che, per consentire a tutti e ciascuno di fruire del dramma greco, è necessario restare fedeli a ciò che il testo originale propone, quasi in modo filologico. La sua crescita professionale l’ha portata ad occuparsi di tecniche del dramma antico, a seguito di approfonditi studi, che le hanno illuminato la via verso l’insegnamento della recitazione classica. Da studi giuridici, l’interesse verso la grandezza dei valori di un tempo, ha, dunque, fatto propendere la giovane attrice verso una seconda specializzazione, incentrata sul teatro e l’arte. Elogiabile il livello di conoscenza delle tecniche con cui sono stati realizzati gioielli e abiti; suggestive le musiche, che richiamano il mondo orientale, proprio dell’area in cui era ubicata l’antica reggia dei Cadméi, Tebe, si tratta di melodie fuse con altre sonorità, arrangiate ad hoc, grazie alla collaborazione di compositori moderni: l’elemento di originalità relativo alle musiche va oltre il cliché delle sonorità elleniche, spesso abusate e divenute cliché.

La scenografia.

Nella scenografia, oltre alle tipiche maschere della tragedia classica, si intravvedono un’egida, uno schiniere e un elmo: nefasti frammenti di una battaglia fra consanguinei, che ha causato dolore a vincitori e vinti. Tale incompatibilità fra gaudio dei vincitori e lutto dei vinti porta alla riflessione, che delinea i limiti del potere temporale e che non può fare soccombere le Leggi non scritte, ovvero quelle degli dèi. In siffatta oscillazione fra Legge dello Stato e Legge dei Numi, emerge un dettaglio, che è il simbolo della vacuità delle vicende umane e di come i Governi, un tempo solidi, crollino sotto la superbia dei Re:  Creonte ne incarna il concetto. Egli rappresenta un Regno, caduto in disgrazia dalle vicende che lo legano ai Cadméi e ad Edipo. Egli, comunque, si arroga il diritto di non accettare le raccomandazioni del vecchio e saggio Tiresia, dunque, diviene il simbolo di una colonna ionica, che, in disparte, sta sulla scena, ormai reclinata e in rovina, questa non è metafora di coerenza e di solidità di un Regno. Come spiegano gli stessi Direttori Artistici, infatti, la colonna è stata realizzata con un materiale cedevole, su cui nulla e nessuno può fare affidamento, a simboleggiare la caducità delle cose terrene. Altro elemento, degno di nota, è l’assenza di coro, rappresentato unicamente dalla Corifea, la quale cerca di mediare fra Creonte ed Antigone, ricordando gli orrori che Tebe ha dovuto subire. Ella asserisce che non tutto è preda della Dyke: spesso l’uomo che la incarna dimentica di onorare gli Dèi; solo allora avvengono atroci rivelazioni, come quelle che hanno spinto Edipo ad accecarsi e a scegliere di non vedere gli orrori di un mondo di cui è stato vittima e carnefice, benché a propria insaputa.

Tramite l’esempio etico e tragico del padre, la giovane Antigone, spinta da compassione e coraggio, asserisce di essere nata per amare e non per odiare, sceglie la giustizia del θυμός (del sentimento dell’animo) e non cede a patti:

Οὔτοι συνέχθειν, ἀλλὰ συμφιλεῖν ἔφυν; v. 523

“Non sono nata per l’odio, ma per l’amore”

Ciò che da Creonte viene interpretato, nella furia della propria autocrazia, come provocatorio, è in realtà la base su cui si fonda la civiltà, la sinergia di un popolo, il quale non deve vivere nella paura e nell’orrore di atroci ed esemplari punizioni, bensì si deve basare sull’Amore. Ismene, personaggio dall’indole debole, si sente compartecipe della morte di Eteocle e Polinice, tuttavia, non comprende l’inhumanitas cui è destinato il corpo di Polinice: insepolto, lasciato ai cani e agli uccelli. La tradizione Omerica, già dall’VIII a.C., insegna che la degna sepoltura è diritto inalienabile degli esseri umani. La punizione peggiore per la tracotanza, ο φθόνος των θεών (la vendetta degli dèi per coloro che peccano di hybris), tuttavia, sfocia in un dolore maggiore che fa redimere Creonte, ciò dipende dalle offese a Tiresia; dal ripudio dell’amore di Emone verso la “rea” Antigone, punita perché colta nel tentativo di gettare un cumulo di terra sul corpo freddo dell’amato fratello Polinice; dall’incapacità di apprendere che, come la colonna ionica alle sue spalle, il Cosmo è labile e che l’uomo è fallibile. Conseguenze estreme portano a concepire che non vi è giudizio umano che possa sostituirsi agli insegnamenti degli dèi; tutto ciò porta Creonte, il “potente” Re di Tebe, a desiderare di morire, ormai conscio che ogni cosa è perduta quando cessano di vivere coloro che egli ama. I beni materiali non suppliscono il vuoto che lo avvolge e le tenebre hanno ormai il colore della sua stessa anima. Colpevole di empietà; di avere murato viva una giovane, inducendola al suicidio; complice della morte del proprio figlio Emone, promesso sposo di Antigone, subisce, ignaro d’intenti, il suicidio di Euridice, la propria consorte, la quale, preferisce discendere nell’Ade, al fine di non sopportare i nefasti avvenimenti che il marito le ha causato unicamente per superbia.

Antigone: Ci apparteniamo, Ismene, occhi di sorella. Edipo lascito d’umiliazioni… Ne sai tu una e quale che non farà matura Zeus per la nostra coppia d’esistenze? No no. Non esiste strazio, errore cieco, ovunque c’è piaga e barbarie che non abbia visto e veda io, con radici d’umiliazioni tue e mie. Oggi nuovamente. Parlano di ordini assoluti fatti gridare per la gente a Tebe da lui, dal generale, in queste ore; vv. 1-9

I personaggi mantengono le caratteristiche della tragedia sofoclea:

Antigone, si distingue mediante un peplo turchese e i gioielli regali, si pone, ab ovo, in modo determinato, avverso Creonte. Costui, nel proprio abito regale, color porpora e oro, manifesta, con la propria voce, la rabbia avverso la disobbedienza ai suoi ordini. Solo, esasperato, alla fine, sarà trascinato via, colto da disperazione per la presa di coscienza degli efferati crimini compiuti. Egli non li compie di proprio pugno: si circonda di delatori e di coloro che mettono in opera la sua volontà, senza comprenderne la reale gravità. Emone persevera nel seguire il proprio cuore e non cede alle minacce del proprio padre: “non cederò mai a nessuna bassezza”. Invano cerca di proteggere anche il proprio padre dalla vendetta divina, tuttavia viene cacciato, accusato di essere divenuto “schiavo di una donna” (vv. 746, 749). Ismene, più semplice di Antigone, risalta meno nella scelta dei costumi. Ella resta neutrale, fedele alla volontà di Sofocle anche nell’aspetto, si scorge in lei la paura delle reazioni di Creonte e, solo in seguito, vorrebbe dichiarare di essere connivente con Antigone, tuttavia, non viene creduta, reputata ipocrita e lasciata libera. La Corifea, saggia narratrice di eventi, si mostra timorosa e, al contempo, comprensiva nei riguardi dell’Ethos rispetto a ciò che rappresenta Creonte, ovvero il Nomos. I due ambasciatori, nell’imbarazzo e timore di essere al cospetto di Creonte, fungono da elemento pseudo-ironico della tragedia, al limite fra l’ignavia e l’esagerata adulazione, assumono una posa che tende verso la proskỳnesis (l’adulazione esasperata nei confronti del sovrano, tipica dei rituali orientali). Tiresia, fedelmente, rievoca la descrizione che le opere greche ne forniscono: vecchio di sette generazioni, cieco, poiché vede con gli occhi dell’ispirazione divina, povero e ricoperto di stracci, si muove a stento trascinandosi labilmente e cercando di stare in piedi. La sua missione è quella di ricordare a Creonte i giusti consigli che, da lui, un tempo ebbe e che cerca ancora di fornirgli. Nondimeno, umiliato dalla cieca ira del Re, esce di scena con passo incerto, prevedendo grandi mali per la città.

Riportare in vita Antigone, in modo fedele, altresì divulgativo, è atto encomiabile, giacche gli antichi principi che rendono l’uomo “animale sociale” (ζῷον πολιτικόν), vengono meno con il trascorrere del tempo, in una società in cui troppe sono le ingiustizie che uomini e donne subiscono, a volte, silentemente, ma che almeno tramite la letteratura greca e latina possono avere voce.  

Locandina

Chi crede di essere l’unico a pensare di avere animo e parola impareggiabili, si rivela vuoto quandosi guarda dentro.

Alla base degli insegnamenti di Sofocle vigono pratiche antropologiche che non hanno una data di inizio nelle opere epiche dell’antica Grecia, ma che riguardano gli albori della vita umana sulla Terra. Antigone, incentrata sul discorso della degna sepoltura e della ribellione alla legge di un uomo fra tanti, è vittima di una misogina concezione della vita. Pertanto, nei secoli è stata oggetto di ispirazione per numerosi autori che, in lei, hanno riconosciuto coraggiose gesta di donne, le quali, per amore e per etica, hanno cessato di esistere.

L’associazione culturale Sperimentiamo impegna le competenze artistiche di molti artisti, che, quotidianamente, spendono impegno e preparazione al fine di organizzare eventi di varia guisa: laboratori del dramma antico con adulti e non solo; organizza numerose matinée per i giovani delle scuole, con la ferma speranza che questi amino l’arte e che, tramite quest’ultima, specialmente in tempi odierni, riescano a vedere la bellezza della tenacia di chi non si arrende mai, nonostante tutto! Il presente spettacolo fa parte del Festival Culturale “Il Bellissimo Mondo, iniziativa Finanziata con fondi della Regione Lazio, e che prevede in palinsesto opere di vario genere fruibili fino al 28/12/21.Magistrale e consigliato incontro, che si terrà il 16/12/21, alle ore 20.30, via Paolo di Dono, 218, presso la Parrocchia San Vigilio, sarà “A riveder le stelle”: omaggio a Dante. Un viaggio nella Comedìa, quale metafora del nostro tempo, con la regia dell’artista Mariagabriella Chinè).

A far rivivere il mito nel tempo e a moltiplicare la sua riproposizione è la tensione che si verifica ogniqualvolta, nel tempo, e ovunque nel mondo, l’applicazione della regola di diritto si scontra con una realtà sociale e una valutazione di cui non si riconosce il fondamento etico. Sta in questo, appunto, la sua eternità e attualità; E. Cantarella; Prefazione ad Antigone, pp. VII-VIII, ed. Rizzoli.

Roma, 4 dicembre 2021

f.to Elena Uras

“IO SONO AL CENTRO. L’UNICA A RIMANERE SENZA UN POSTO”.

Francesca De Sanctis, Una Storia al contrario.

Una Storia Al Contrario; F. De Sanctis, foto di S. Morosi

Durante una serata di fine maggio mi trovavo presso la caffetteria di un’amica, vicino alla piazza del mio paese, in provincia di Sassari. Leggevo una delle tante interviste rilasciate dalla giornalista Francesca De Sanctis. Da un po’ di tempo mi incuriosiva e interessava la modalità con cui raccontava la propria “Storia al contrario”: un romanzo autobiografico, edito nel settembre del 2020, poco dopo il famigerato lock down, e che avevo acquistato quasi attratta dalle parole e dalla sua grafica. Il soggetto della copertina riporta una farfalla, rappresenta un simbolo di libertà che dà senso alla speranza, all’andare incontro alla vita con le ali spiegate, senza una precisa destinazione, senza fermate prestabilite: un temerario volare in balìa del vento, che noi uomini chiamiamo Destino, ma che ci rende altrettanto delicati e incerti. Del resto, in questi tempi ambigui, avremmo potuto chiedere altro? Il coraggio di vivere come una farfalla è forse l’unica certezza possibile?

Durante la lettura della ennesima intervista, notavo che, come un mantra, la chiusura di una gloriosa testata giornalistica come dell’ “Unità” andava di pari passo con le ideologie del suo fondatore, Il Maestro Antonio Gramsci, di Ales. Il nome Antonio Gramsci riportava alla mia mente lontani retaggi, studi di Filosofia, citazioni tratte dai suoi epistolari, dai suoi saggi, e mi chiedevo da quanto tempo, nelle Scuole o nelle Università, avessero smesso di studiare Gramsci… Solo allora, sollevando lo sguardo dal mio tablet, mi rendevo conto di essere precisamente in Piazza Gramsci, in cui è presente, sin dagli anni ’90, il suo busto in bronzo, sopra un pilastro di marmo, ad opera del Comune e della Pro Loco del paese. Così ho iniziato a ricordare di avere presenziato a quella inaugurazione: la banda musicale, le poesie dei poeti “in limba” in sua dedica, mio nonno in prima fila. Poi…udite-udite: anche l’Istituto Comprensivo, ora, è dedicato ad Antonio Gramsci, infanzia, primarie, medie. Tanti lo nominano, quanti ancora lo studiano?

Mi serviva Francesca De Sanctis affinché ricordassi l’importanza di un uomo di grande cultura, vittima e testimone della Storia, un letterato, un filosofo, un giornalista che ha lottato strenuamente per dire sempre la Verità, senza scendere a compromessi, senza aspettarsi nulla dal prossimo per non esserne disilluso, che rinnegava l’essere “funzionale al governo” per opportunismo, ma solo per coerenza e ideologia. Antonio Gramsci, l’ispiratore di Lussu, di Berlinguer, dei fratelli Rosselli e di Rossi…

Gramsci, l’uomo delle grandi e delle piccole cose, che mai dava nulla per scontato: in calce alle lettere dava consigli su come articolare la S fricativa, sibilante o sonora, in base al dialetto del destinatario, l’uomo che utilizza nella sua intimità luoghi comuni, tipici sardi, per definire la propria condizione. Eppure, giovanissimo, ha avuto l’onore di ricevere un’istruzione tale da potersi recare a Torino (70.000 lire di borsa di studio), aveva preso parte ai maggiori congressi del P.S.I.: era un uomo importante. Ciò nonostante si rivolgeva alla mamma, lontana, a Ghilarza, interessandosi della propria comunità e rivolgendole queste parole:

Queste notizie del paese mi interessano molto. Non devi credere che siano trascurabili e che mi annoino e che si tratti di pettegolezzi. Io sono sempre curioso come un furetto e anche le piccole cose le apprezzo. D’altronde, cosa vuoi, che a Ghilarza ogni settimana inventino la polvere? ; alla mamma Giuseppina, carcere di Turi, 5 marzo 1928.

Antonio Gramsci- Firenze- Artista Jorit

Così, più leggevo, più pensavo che anche il romanzo di Francesca rispecchiasse una duplicità fra le grandi descrizioni, affiancate a capitoli in cui le piccole cose di ogni giorno avevano la prevalenza. Del resto, chi siamo noi per stabilire cosa sia importante al fine di nutrire il ricordo e di emozionare l’animo? Così, come per Gramsci, altrettanto avveniva per Francesca: Dott. ssa laureata al D.A.M.S. nella bella, rossa, grassa Bologna, con tanti sacrifici; Francesca che viaggiava da Cassino; Francesca che, pur stimata e rinomata giornalista, dall’età di 25 anni, non ha mai smesso di osservare anche una semplice farfalla, né di sorridere o ridere di cuore, cogliendo i dettagli del mondo con sguardo acuto e, talvolta, ironico, nonostante la vita spesso non sia comoda.

Ad impossibilia nemo tenetur!

Dato che la nostra Autrice stava già iniziando la sua tournée di presentazione di “Una storia al contrario”, in giro per l’Italia, ho pensato di scriverle per chiederle se avesse mai pensato di approdare nei lidi Sardi, magari ad Ales, casa natale del suo Maestro (possiamo definire Antonio Gramsci un figlio della Sardegna, tanti sono stati i luoghi in cui ha vissuto e soggiornato). La risposta di Francesca è stata immediata: l’avverarsi di un “grande sogno” ma che riteneva impossibile. Non conosceva qualcuno in situ che fosse interessato a promuovere la sua “Storia”; tuttavia, non mi sono persa d’animo. Dunque, è stato naturale pensare che non mi sarebbe costato nulla contattare il Comune di Ales e fare una semplice segnalazione, non solo per dare onore ad una terra in cui Gramsci è stato l’ispirazione per generazioni, ma semplicemente per realizzare un sogno, il sogno di Francesca!

Lunedì 31 maggio 2021: ho aperto le pagine bianche, preso il mio telefono di rete fissa e cercato un centro culturale ad Ales, la Biblioteca Comunale. Al primo squillo una voce gentile si presenta e mi ascolta: Rita. Molto empaticamente, sente cosa ho da dirle in merito al contenuto del romanzo di Francesca, a chi è Francesca De Sanctis, ma, soprattutto, a quanto si sia spesa per raccontare la propria vita, in un intreccio costante con la storia dell’ “Unità”, presso cui aveva devoluto un ventennio di vita, prima come stagista, poi come giornalista professionista, senza mai andare via.  

Rita si lascia trascinare dal mio entusiasmo e prende nota delle mie parole, promettendo di darmi notizia in merito, magari, contattando l’Associazione “Casa Gramsci”. Un giorno, a luglio, mentre mi raccapezzavo fra le scartoffie di fine anno e gli scrutini dei recuperi, mi chiamano da un numero sconosciuto: Rita, da Ales, aveva buone notizie! “Casa Gramsci” era interessata a conoscere Francesca, a farle valicare la profonda barriera del mare per farle visitare la terra di Gramsci. Tutto è da definire…ma una cosa è certa: la parola data è stata mantenuta. Ovviamente, gli studiosi che si occupano di Gramsci ad Ales e Ghilarza sono interessati all’opera da ogni punto di vista, soprattutto alla modalità con cui Francesca racconta di come, fino al 2017, in modo definitivo, dopo varie avvisaglie, abbiano «Ucciso l’ “Unità”!».

Con la chiusura di una grandiosa testata giornalistica, avevano messo fine ai sogni di una intera redazione di professionisti, i quali si sono ritrovati senza più un lavoro, privi di speranza. Francesca descrive questo nefasto evento come “la fine di una generazione intera” che si basava sugli ideali gramsciani. La “Storia al contrario” di una persona, in seguito, è diventata la storia di tanti: soprattutto ora, a dopo i recenti eventi, troppi, a causa della perdita di un decennale lavoro, hanno dovuto reinventarsi, rimettendosi in gioco e rifacendo una sorta di “gavetta”. Molti genitori hanno anche dovuto chiedere il supporto dei propri figli. Sarebbero tante le storie al contrario e Francesca ci dona la propria, affinché nessuno si senta solo come si è sentita lei.

Ora resta Francesca, sola sul cuor della terra, a rimanere senza un posto! Tuttavia, il suo patrimonio culturale le dona la fonte per resistere e tramandare gli insegnamenti appresi presso l’ “Unità”: ora è lei testimone della Storia. Nel 2017 era necessario cominciare da zero, ma, prima di tutto, Francesca aveva bisogno di raccontare la propria Verità, poiché per lei scrivere è sempre stato una necessità primordiale, uno strumento per raccontare le altrui gesta e per dare voce a molti. Invece, in quel momento, era inevitabile darsi spazio, per svelare le proprie sensazioni, le paure e le sue certezze, le sue debolezze, mettendosi a nudo con sincerità.

Mentre leggevo il suo libro, pareva di ripassare le antiche parole delle lettere gramsciane, quelle “Dal carcere”, quelle “A casa”, vedevo costanti punti di riferimento comuni a Maestro e allieva: contare su ciò che si conosce per non rischiare mai di procurarsi delusioni, avere l’orgoglio di sapersi rialzare, senza fare affidamento su troppi; contare sulla propria famiglia. Così diceva e metteva in opera Francesca, fino a dedicare alla famiglia il proprio romanzo.

Come per Gramsci, tuttavia, avvengono imprevisti per cui i due pilastri della vita, competenze e famiglia, non sono abbastanza: il Destino è imprevedibile. Li vedevo entrambi, nel tempo dilatato dai decenni, uno in bianco e nero e l’altra a colori, barcollare come due funamboli che vanno avanti verso una via sconosciuta, vacillanti per paura del vuoto, un vuoto buio, per cui l’unica luce è cercare le piccole cose, le piccole certezze, vagare fra i ricordi e trovare conforto negli affetti.

Riflessione utile in tempi in cui l’intero Paese si trova a scrutare timoroso il futuro e che ci richiama al “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, quello che fu il motto applicato da Gramsci per tutta la sua vita. Le seguenti parole risuonano come un balsamo per l’anima, sono un inno a non abbandonare mai le passioni e gli intenti:

Anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio… La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere; Antonio Gramsci, Lettere dal carcere (al fratello Carlo); 1927.

Per lui, gli studi a Torino, le grandi insegne politiche, i viaggi diplomatici per il P.S.I., la Nascita del P. Comunista d’Italia (di cui diventa esponente dell’Esecutivo), i contatti con uomini di potere, come Togliatti. È il 1927 e giunge il declino, prima il mandato di cattura, poi il carcere, fino al trasferimento presso il penitenziario di Turi; infine la malattia, che lo ha sempre accompagnato, degenera. In tutto ciò, un bisogno che lo ha tenuto in vita è stato la scrittura: costante e precisa nelle epistole, nelle dissertazioni critiche, filosofiche e filologiche, non solo politiche.

Francesca subisce la fine di una generazione, dei sogni di gloria, della primavera della vita, delle recensioni teatrali. Nel 2017, la sua carriera lavorativa si concludeva per lasciare spazio ad un vuoto da colmare, a soluzioni tra trovare. Il lavoro per alcuni non è solo fonte economica, è una forza primordiale che rende vivi, che fa sentire utili al mondo. Con la chiusura dell’ “Unità”, fondata da Gramsci 1924 (primo numero 12 febbraio), il declino di questa forza vitale e, lentamente, la riacutizzazione di “MIA”, miastenia gravis, una malattia grave autoimmune e rara: l’assenza di forze correlata all’apparato muscolare. Lei sapeva di doverci convivere, dall’età di 26 anni, sin dalle prime avvisaglie, eppure, era riuscita a farla diventare, come ora, una “compagna di vita”, appunto, “MIA”. Nel parlarne non vuole suscitare la compassione di nessuno, ne scrive perché ritiene giusto che la gente sappia. Anche in questo, la sua indole di giornalista scavalca la vita personale, al fine di informare gli ignari o mettere in guardia i giovani, insomma: salvare altre vite con la propria esperienza e donare conforto a chi combatte la stessa battaglia.

Nonostante tutto, Francesca ha con sé il suo amato marito, Giampiero, le sue adorate figlie e luce dei suoi occhi, Sofia ed Asia: la famiglia la accoglie nel suo più forte abbraccio e la sostiene. E così, fra un articolo indipendente, da freelance, il ruolo di mamma, di moglie, di figlia, riesce a trovare il tempo per scrivere, scrivere e scrivere, per studiare e presentare il proprio libro e per essere, sempre, sorridente e gentile!

Forse anche per Gramsci sarebbe accaduto ciò, in altri tempi, noi purtroppo lo celebriamo in absentia, tramandando i suoi insegnamenti, facendo della sua persona un monumentum aere perennius. Francesca ha la fortuna di essere accolta da tante persone che le sorridono, la ascoltano, la leggono e, con sincerità, sentono il bisogno di farle raccontare la sua “Storia al contrario”, senza troppi orpelli, ciascuno con le proprie possibilità.

“Una storia al contrario” va in scena! Le parole scritte prendono vita tramite la cura e la sensibilità della Attrice Elena Arvigo! Il Teatro diventa uno strumento “umanissimo” per raccontare una storia di Vita, di Passione, Professione e …non solo: un mezzo per testimoniare e non lasciare NESSUNO indietro!

Tra le persone che si sono interessate alle vicende di Francesca, restandone affascinate, vi è Elena Arvigo, una tra le più sensibili interpreti di illimitate emozioni che riesce a scrutare negli animi delle persone. L’umanità di Elena e la sua etica professionale, unite alla coerenza morale, la annoverano come una tra le registe e attrici più intense del nostro secolo. Così, l’11 settembre 2021, presso il Parco di Villa Vogel, a Firenze, è andata in scena, in prima nazionale, la riduzione e interpretazione teatrale di “Una storia al contrario”, ad opera della magistrale Elena Arvigo.

Anche Elena, rimasta colpita dalla storia di Francesca, dal suo modo di raccontarsi piacevole e, al contempo, intenso, ha dato corpo e voce alle parole del romanzo, realizzando uno dei suoi principi fondamentali: il teatro come veicolo per riportare storie, non importa quanto importanti siano i loro protagonisti, ciò che conta è fare vivere le testimonianze delle persone, giacché ciascuno è un universo unico. Nella propria diversità si è speciali, dice Elena, dunque ogni vita è degna di essere raccontata nella sua preziosità. Questa è la base su cui si deve fondare l’umanità, ad oggi, troppo impegnata nel ridurre in numero tutti e ciascuno, quasi in un processo di deumanizzazione. Pertanto, Francesca ripone nelle mani di Elena Arvigo la propria vita, ne concorda musiche di sottofondo, assiste alle prove, non smettendo di emozionarsi! Dopo mesi di lavoro sulla selezione dei testi e la creazione di una scenografia adeguata alla volontà di Francesca, Elena, con grande affetto, rispetto e amicizia, fa sue quelle parole, riplasmandole con la propria arte, e commuovendo la stessa Francesca, che si è rivista in scena, come in uno specchio. La nostra Attrice le ha donato il suo cuore, nell’istintivo interesse verso “Una storia al contrario”, dando l’abbrivio ad uno spettacolo che, indubbiamente, suggellerà un legame fra letteratura, vita, amore e arte, secondo i desideri e gli intenti di Francesca de Sanctis, i quali sono definiti “universali” dalla stessa Autrice.

L’11 settembre 2021, a fine rappresentazione, dopo lo sfumare degli applausi e delle musiche, il Parco di Villa Vogel si è trasformato in una festa, tra lacrime di commozione e gioia, risate e sorrisi, danze e chiacchiere, confronti, brindisi volti agli incontri di un tempo e alle nuove conoscenze. Fra il pubblico alcuni colleghi di Francesca dell’ “Unità”; alcuni stranieri che hanno preso spunto da lei per capire che anche la propria vita può essere raccontata o per imparare l’Italiano; la sua immancabile famiglia (arrivata a Firenze poco prima dello spettacolo); amici e lettori vari, fra cui la scrivente.

Silvia Morosi, Elena Arvigo, Francesca De Sanctis, in basso la piccola Bella, interprete ad honorem.

A fungere da moderatrice la sensibile e delicata presenza di Silvia Morosi, giornalista de “Il Corriere della Sera”, arrivata dalla Lombardia, che ha letto la prima bozza in PDF del romanzo e, da allora, non ha mai lasciato Francesca. Silvia, che ha mediato fra Elena e Francesca, pone quesiti ad entrambe sulle prospettive future, le idee che sono sorte ex abrupto in fieri, giusto per sottolineare quanto fluido sia l’ingegno umano e infinita la competenza dell’essere duttili e, soprattutto, umili. Silvia, tra una chiacchiera e l’altra, mi colpisce nel raccontare la sua esperienza di viaggio in Sardegna: Ales e Ghilarza, i luoghi di Gramsci. Rispetto al cliché del mare, delle vacanze soleggiate, lei mi parla del suo interesse per la cultura sarda e ciò mi commuove.

Certo è difficile rielaborare ed enumerare tante emozioni provate in una sola sera, guardare prendere il via ad uno spettacolo che avrà un suo seguito nel 2022. L’energia di Elena, le parole di Francesca, la discrezione di Silvia, rendono la serata un caleidoscopico carnevale di sentimenti.

Scontato è augurare un futuro colmo di applausi, serenità e di buona sorte a tutti coloro che stimano chi sempre si batte per la verità e che, con coerenza, rimane presente a se stesso. Solo così si può trovare una via per onorare ancora Gramsci e lasciare che l'”Unità” viva ancora!

Francesca, ad oggi, in pochi mesi, è stata ospitata da molti teatri, centri culturali italiani, comuni, le sue ultime tappe sono state in Sicilia e, a breve, realizzerà il sogno di raggiungere la Sardegna: la aspettiamo a braccia aperte.

Si ringrazia il Teatro Delle Donne per la generosa accoglienza, Monica Santoro per la sua ineccepibile competenza nel coadiuvare Elena Arvigo nella regia.

Per Aspera sic itur ad Astra: ad maiora semper!

f.to. Elena Uras

Firma autografa sostituita a mezzo stampa

ai sensi dell’art. 3 comma 2 D. Lgs. n. 39/93

Ghiannis Ritsos e le relictae,scelte poetiche che confortano e scaldano il cuore.

Con intensa cura e profonda commozione,Elena Arvigo celebra l’Amore, la Vita e il Tempo nella Quarta Dimensione a-geografica del Mito greco di G.Ritsos.

Considerazioni un anno dopo…

Sempre intense e complesse scelte ma di grande impatto emotivo, gli intenti culturali e le propensioni letterarie di Elena Arvigo prendono vita dalla sua umanità e hanno la loro profonda ricaduta sulla società ❤

«Lo so, ciascuno cammina solo verso l’amore, solo verso la gloria e la morte. Lo so. L’ho provato. Non giova a niente. Lasciami venire con te.» (La sonata al chiaro di luna [1956], in Quarta dimensione, vv. 33-36)

Perché Ritsos? Perché c’è un grande bisogno di scavare nelle parole che delineano la complessità dei miti di “altre eroine”, più oscuri, meno celebrati in poemi o drammi, ma comunque presenti per chi sa leggere “sotto la scorza” del mare magnum della filologia, della mitologia e della storia, nonché nella psicologia di Ritsos.

Come un Novellus Orpheus, che, nonostante la morte, continuò a cantare eternamente, così Ghiannis Ritsos ha oltrepassato i confini della vita attraverso la sua fama e la propria arte. Con il suo Amore per la Vita, l’ Amore per la Memoria, il Poeta, è un abile tessitore di trame di miti e realtà…Il velo di mistero della Quarta Dimensione, consente di elevare verso l’umano sentire la delicatezza delle donne che tutt’ora non hanno lustro e restano in bilico fra il ricordo-portare al cuore- e l’hic et nunc– il qui e ora.

Tra i poeti ellenici contemporanei, l’eco della sua voce spicca maggiormente, vertendo nella necessità di riaffermare arcani valori che solo un profondo conoscitore dei misteri della mitologia ha riportato alla luce. La quarta dimensione è il locus della mitologia, è atemporale e non ha spazio, dunque, tutto ciò che si riferisce al mito è attualizzabile. Infatti, tutto ciò che è mito nasce dall’esigenza umana di comprendere meglio la realtà di ciò che si osserva e a cui, razionalmente, non si può dare una spiegazione. Attraverso la poesia Ritsos dà spazio alle voci di uomini e donne vittime di un destino che li costringe alla solitudine e all’alienazione. Tutto ha un riferimento simbolico e allegorico, anche avvolto dalle nebbie del passato e del presente, in cui è difficile comprendere la dimensione in cui egli colloca i propri personaggi. Ciò che emerge è solo la volontà di porre fine all’idea che i vinti restino tali e oscurati dalla lucentezza degli eroi, ma che anche nell’anonimato in cui sono stati relegati, pensano, sentono e percepiscono le piccole cose del mondo, amando la magnificenza della vita e lasciando per sempre le proprie vestigia dietro di sé.

La voce delle relictae data dal poeta, nativo di Samos e che molto ha viaggiato,si confonde con l’epoca della Storia greca, quella tra gli anni ’40 e gli anni ’70, per cui è difficile circoscrivere tempo,luogo e riferimenti. Il tempo della guerra è l’eterna dimensione, pertanto, Ghiannis Ritsos è riuscito magistralmente a collocare nel proprio presente storico l’ elemento mitologico, facendo cenno a ciò che si mescola alla truculenza della morte ingiusta delle guerre, delle vittime, descrivendone le conseguenze tramite gli occhi dei suoi protagonisti fittizi, di cui ci fa intuire l’habitus mitologico, ma che mai nomina. La loro sofferenza è la sofferenza di coloro che aspettano, osservano, piangono la morte dei propri cari, del Cosmo che diventa Caos e sovverte gli eventi, comprendendo la fugacità della vita e la cecità della invida sors rerum, sorte invidiosa di tutto, che fa subire la solitudine a chi sopravvive, facendolo concentrare sulla propria vita, mediante un costante soliloquio di ricordi che si alternano al triste presente. Elena riprende l’opera e la fa propria, la accarezza con l’animo e la trascina verso il nostro presente, per mezzo di una lettura che si affaccia a molteplici prospettive, che tocca il cuore di tutti.Chi non si è sentito dimenticato come Crisotemi e si meraviglia? Chi cessa di essere un casus amoris e soffre per l’amore perduto? Chi non ha mai provato la sensazione di essere “di troppo” e inutile e, in modo malcelato, ha amato segretamente, ignorata dai più? Chi non ha mai avuto paura del buio e della solitudine o dell’abbandono? Questi sentimenti sono lo specchio dell’eternità che Elena porta in scena, poiché sono piccoli frammenti di vita di ognuno di noi. Sì: confortano! Del resto, per Elena Arvigo Ritsos è un farmakon addolcito con miele: in questi tempi “bizzarri” è di dolcezza e comprensione che il mondo ha bisogno. Lei prende per sé un pezzo di stoffa di ogni relicta e ne fa abito unico, il più confacente a sé e, come Proteo, da vita alle altre, a tante di loro, rimaste senza voce.

Sul tempio di Giove Anxur di Terracina non v’è altro modo per sentirsi abbracciati dalle epoche e per sentire il sublime “prima, qui e ora”. Non si dimentica mai il bisogno di parlare anche di chi, ora, ancora,non lo può fare e neppure di condividere piccoli doni da lasciare a chi c’è: basito, commosso, confortato, non più solo.

La Luna, Selene, riesce a prevalere sul sole, come metafora di coloro che sono stati oscurati dal Fato, ma che riescono a fruire del mistero della notte, la sua presenza eterna è ciò che simboleggia lo scorrere degli eventi, delle ere, delle vite celebrate nella Storia, per confortare il mondo e i suoi abitanti. La notte lascia spazio ai pensieri di coloro cui Ristos dà voce, anche se costoro sono consapevoli di non essere stati annoverati negli annali per le proprie gesta. Così, pur non avendo scritto presso quei luoghi,in una miscela tra passato e presente,di una vita bucolica e marittima, che da sempre esiste, si assiste alle parole che riecheggiano dall’Argolide, dalla Laconia, dall’Attica, dall’Arcadia: terre di semplici cantori, si rivive il passato e il presente, in un misticismo epico-tragico, che solo Elena Arvigo, che ha forte passione e curiosità, riesce a decifrare. Questa è la motivazione per cui vale la pena sentire e ascoltare i poemi di Quarta Dimensione, ben disposti in versi e da lei interpretati con intensità e moti del cuore.

La vita viene percepita come una costante altalena in cui anche i Monumenti, un tempo solenni, possono crollare, come le grandi gesta si fondono inevitabilmente con quelle degli umili, giacché il mondo, per Ritsos, come lo era per Erodoto, è colmo di dèi che abbracciano tutti, nonostante lo scorrere infinito del ciclo della vita che era e che sarà.Tramite la propria opera, Ristos ha dunque eretto un monumento perenne più del bronzo e per questo merita di essere celebrato. Elena Arvigo gli rende omaggio con intensa carità di suono e dolcezza.

Ciò che è Ritsos rivive con Elena Arvigo e riecheggerà ad libitum, mediante l’umanizzazione del mito, in cui ciò che resta è sempre il riferimento a ciò che sarà: un monumento illuminato da una luce speciale: Σελήνη!🌙

GRAZIE, Elena, dopo un anno dall’esordio con Quarta Dimensione, riecheggiano ancora parole di emozione e commozione che danno la perfetta definizione del Poeta: “confortante balsamo per l’anima”. E grazie a Maresa Palmacci per essere stata l’ospite di Terracina, solare e speranzosa nel suo incedere verso il futuro con filantropia e grande competenza.

Eυτυχία, και υγεία,στην η κυρία του θεάτρου, Ελένη!

Buona fortuna e buona Vita alla Signora del Teatro, Elena Arvigo 🍀🍀🍀🌹

Ad Maiora

Terracina, 20 Agosto 2020

f.to E. Uras

“A quel tempo non v’erano ancora navi né navigazione”[1]

ATLANTIDE

Vi arriva il poeta
E poi torna alla luce con i suoi canti
E li disperde

Di questa poesia
Mi resta
Quel nulla
Di inesauribile segreto
.

G. Ungaretti, Il Porto Sepolto.
Mariano il 29 giugno 1916.


Quando la necessità di non andare alla deriva è più forte di ogni astenia,

il Caos diventa Genialità!

28 marzo 2021: Elena Arvigo riemerge assieme a Sarah Kane,

“tutto passa” ma,

come un fiume, ritorna

sotto altra forma!

“Grazie, siete tantissimi! Grazie di cuore era importante!” dice commossa, davanti ad uno schermo muto, Elena Arvigo, alle 4.56 del mattino, del 28 marzo 2021, dopo avere acceso la luce, pronunciate le ultime battute del suo primo Rave su Zoom. Continuando il percorso dal punto in cui il suo Palinsesto del 2020 è stato interrotto a febbraio, a causa dell’emergenza Covid-19, riprende il cammino, con ogni mezzo che la sua mente riesce a fornirle, e realizza l’opera scenica più intensa del suo repertorio: Psychosis 4.48, di Sarah Kane.

Gli spettatori ci sono e sono impossibilitati ad applaudire, quindi scrivono e scrivono, lanciano cuori, abbracci, riescono a lasciare commenti con fiori e manine che applaudono, doni virtuali: questa è la nuova via di comunicazione, cui tutti si sono abituati e rassegnati, ma ciascuno è lì e provvede per sé nel dimostrare la stima e l’affetto che si possono provare dopo 56 minuti di pathos e di silenziosa connessione, indirizzata prettamente all’ascolto. Ora l’udito è più forte della vista e ogni singola parola è una goccia che cade, senza forza, ma scava a fondo nel cuore e nell’animo. Lo spettatore diventa una spugna e coglie, tra il buio, il volto di Elena Arvigo e le sue parole, che sono così chiare da sembrare amplificate. 

Quando a una mente lucida e acutissima si aggiunge la genialità e l’amore per la propria arte, come più volte Elena afferma, andando oltre ogni polemica di tipo socioeconomico, il tornare in scena diventa una necessità, un bisogno primordiale. Così lei ha trovato la forza per riemergere dal gorgo degli abissi, in cui, spesso, nuotare fra i marosi è stato più faticoso dello stare sommersa; dunque, trova la luce, la segue e progetta. Chi la guida? La guida la stessa Kane, che non l’ha mai abbandonata, mentre le dice “tutto passa” con tono ironico, no! Logicamente sa che nulla passa senza ritornare sotto altra forma, al fine di riemergere dal Caos accompagnati dal Genio dionisiaco, che fa scoprire nuove vie per ritrovare se stessi e rivedersi come mai lo si era fatto prima, reinventandosi, in un continuo divenire.

“Una me che non ho mai conosciuto,

il volto impresso sul rovescio della mia mente”[1].

Nemmeno Elena si è mai ritrovata a pensare che sarebbe arrivato il momento di fare teatro in digitale, in stream, davanti alla propria webcam, da sola. Dunque, non c’è un teatro, c’è solo lei e il suo esserci, nell’essenziale, è ciò che conta. Non c’è la abituale serie di orpelli, c’è una sedia, una luce, un accendino e un foglio. Il foglio su cui, pedissequamente, sono elencate le evoluzioni e i fallimenti delle cure, degli stati d’animo della “paziente” di Psychosis 4.48. “Stato d’animo: Incazzata. /Sentimenti: Incazzatissima.”. Elena Arvigo non ha bisogno di un canovaccio, non ha necessità di una guida, la sua mente ha tatuate le parole di Sarah Kane in modo indelebile, e hanno creato una sorta di patto con il suo animo, fissandovi un sigillo. Forse, nel riproporre Kane, l’aggettivo “incazzatissima” è lo specchio dei sentimenti che molti hanno e stanno provando nel vivere in una bolla di falsa libertà che, da dietro uno schermo, non sempre ha dato restituzioni positive. L’assenza di una risposta, di una voce calda, che la stessa Kane reclama, è corrispondente a tante volte in cui gli uomini si sono sentiti privati di un reale dialogo: “Nessuno parla./Convalidatemi./Autenticatemi./Guardatemi./Amatemi”.

28 MARZO 2021, 4:00 a.m- 1° RAVE TEATRALE PER ATLANTIDE- ELENA ARVIGO “It is myself I never met,
whose face is pasted on
the underside of my mind
please open the curtains”;
Sarah Kane, 4.48 Psychosis

Quando, nel caldo del centro di Genova, l’11 agosto 2020, ho incontrato Elena Arvigo, alla domanda specifica sulle opere più care da tenere con sé, al primo posto c’era Psychosis 4.48, lo ha detto senza alcuna esitazione. Già allora Elena parlava di false ripartenze e lo ripeteva ad ogni sua comparsa in pubblico, quale “consuetudine” e monito per tutti. Questo non è stato un discorso smarrito nel vento, tutt’altro, è la voce di una fra le tante Cassandra del nostro tempo, un razionale ragionamento che prelude alla verità di quello che è stato in seguito: la vicinanza di un’altra sommersione. Nonostante ciò, meno presente sui social per molto tempo, ha fruito di alcuni spiragli di luce e mare, per respirare a pieni polmoni e ossigenare la mente, al fine di continuare a studiare e pensare, pensare e studiare un modo per non restare in silenzio e isolata.Con la stessa ratio con cui ha parlato di Psychosis 4.48, ha restituito l’opera senza mancare alla promessa fatta a se stessa e senza tradire Sarah Kane, immaginandola nella sua solitudine, vittima, carnefice e spettatrice della sua ultima opera: un inno alla vita e non una disamina sul suicidio. L’opera è, infatti, metafora di un grido che siede sul bisogno di Amore e di riscatto di un essere umano; si basa sull’innocenza e l’assenza di peccato mettendo in risalto un mondo che brulica di giudici e di false guide, che confonde le fragili menti, obliando l’autostima di chi vuole ancora mantenere il proprio Logos e che vuole conservare la propria anima, ma che si trova prigioniero di un corpo che non sente più proprio: burattino nelle mani di qualcuno che non percepisce il male che si prova nell’essere presenti a se stessi e, al contempo, privati di questa essenza, perché ridotti a mera apparenza e non più a sostanza.

“Non ho mai capito

Cos’è che non devo sentire

Come un uccello in volo in un cielo gonfio

La mia mente è tormentata dai lampi

Mentre vola via dal tuono che li segue”;

Sarah Kane, Psychosis 4.48[1]

È la profondità dell’anima di Elena che la porta a studiare strategie per realizzare l’opera più devastante e intensa che, già in presenza, fa raggiungere un picco di commozione e σúμπαθεíα con l’Attrice. Questa volta, alle 4:00 del 28 marzo 2021, nessuno può distrarsi osservando la scenografia; nessuno può non vedere come Elena riesce a mettere in atto con efficacia di sentimento ogni singolo movimento, il pensiero lo immagina e lei ce lo fa vedere con la mente: lo spettatore acuisce i sensi, non può non restare basito di fronte al potere della parola, alla competenza di come quella parola, come una goccia, è riuscita a scavare nel cuore umano, a ciò che fa restare senza fiato, in questo caso, nell’accezione positiva del termine. Questo è solo l’inizio del work in progress di Elena, e tramite tale incipit, con la genialità del divenire e non della αντíστασιζ, della protesta e rivoluzione sterile, magari in un soliloquio tra mente e cuore, senza restare intrappolata dalla staticità, “congelata”, ha preso in mano la propria vita, ha proseguito verso una rotta, anche se svettava tra le onde, e, con gentilezza ma determinazione, ha teso la mano ad altre tante persone, le ha trascinate con sé e portate in un Continente di idee, affinché nessuno si sentisse più solo.

Il 28 marzo era il giorno in cui Elena Arvigo si è sentita pronta per ripartire laddove aveva interrotto il proprio percorso e lo ha fatto nel modo migliore che ha saputo studiare, nella modalità più confacente al suo stato d’animo e alla propria fragilità. Lo ha fatto con un’Autrice che, soprattutto in Psychosis 4.48, rileva costantemente il grado di precarietà di questa vita, in cui siamo viandanti e, incedendo, lasciamo le nostre vestigia, trascinando dietro di noi la nostra mortalità. Nel silenzio, nel buio, Elena ha continuato magistralmente a fare teatro e a “trovare il coraggio” per ricostruire qualcosa che pensava fosse crollato, perché stava “sul cornicione”, in un tempo astratto, che si dilatava, di ora in ora, in modo incessante. Come dice lei, alla fine, scavando introspettivamente, tutto ciò che è nell’anima resta intatto, esattamente come sarebbe per Platone un Continente sommerso e perfetto: Atlantide!

“Tutto comincia con un’interruzione”; Paul Valéry

Dopo un periodo di altalene fra riconoscimenti e remake in digitale, interviste telefoniche che continuavano a fioccare e qualche Festival estivo, la rotta di Elena Arvigo non è mai cambiata: non lasciarsi prendere dal vuoto, non lasciarsi prendere dall’idea delle false ripartenze, non restare soli. Per questa ragione, dal gennaio 2021, esiste una comunità di Artisti, che dialogano, benché a distanza, e ragionano su un vasto scenario di opere, conoscenze e abilità. Questa comunità è stata creata, da Elena Arvigo, prima di tutto, per dare voce alla sua esigenza che riguarda il concetto di sentirsi ancora un “essere sociale”.

Data della creazione della pagina Facebook: 19 gennaio 2021. Presentazione al pubblico il 22 febbraio 2021, ore 18.00: un’esplosione di entusiasmo ed energia, di emozione, commozione e condivisione da parte dei primi artisti! C’è chi ha gridato i propri sentimenti nelle piazze e chi ha pensato a lungo nel silenzio assordante della propria mente, dichiarando apertamente di avere provato una sensazione di “annegamento”, non più di sommersione. Tramite la presentazione è risultato evidente quanto ciascuno, ignaro, in solitudine, abbia provato le stesse emozioni di altri e di quanto avesse bisogno dell’eco di sirena di Elena Arvigo, che lo ha chiamato e guidato verso un Continente incognito e perfetto, dove è l’Idea che conta, dove ci sono gli Artisti: Atlantide.

La domanda ricorrente è dov’è il teatro? Il teatro è ovunque ci sia un artista, che, con ogni mezzo, mette alla prova il suo ingegno e la sua maestria. Il teatro esiste ovunque una persona possa fare udire la propria voce e creare, plasmandoli come creta, quei progetti, quei sogni che non era riuscito a realizzare. Così conferma Elena nel citare il proprio Maestro, Giorgio Strehler, il quale le ha insegnato che l’esigenza di fare teatro va oltre ogni concepibile limite e ogni spazialità: è un bisogno radicale e primordiale, che non può essere tenuto a freno, è un innamoramento in costante fieri.

Atlantide ha un suo Manifesto, che potrebbe definirsi “neofuturista” e, che, con una accezione prettamente connotativa, fuori dal contesto storico, è antitetico al Manifesto marinettiano, giacché non si celebra certo la guerra, non si vuole distruggere alcuna opera d’arte, ma si tratta di prendere atto e dichiarare che davvero qualcosa è stato raso al suolo e che c’è stata una reale interruzione di molte cose, in primis, delle relazioni umane. Dunque, c’è la concreta possibilità che, anche senza i teatri, senza le strutture che ospitano le persone, ci sia sempre un modo per riedificare ciò che è crollato e fare poesia, fare arte in senso lato. Ricostruire ciò che è stato abbattuto vuole dire anche trovare la forza di risollevarsi dalle macerie metaforiche e fisiche causate da una assenza, prolungata nel tempo, che ha generato immane dolore. Il Manifesto di Atlantide, dunque, scuote le menti e augura una buona navigazione a tutti, ponendo in chiaro l’esigenza da cui sorge ed emerge un Continente che il mondo aveva già sommerso, senza che nessuno se ne fosse fattivamente accorto. Pertanto, l’unica via possibile per reagire di fronte ad una condizione non sostenibile è stato il prendere atto che, se si resta statici, nulla è sostenibile.

È così che, attraverso un accurato studio, nel silenzio e con lo stupore di tutti, Elena Arvigo ha scongelato numerosi cuori e sta cercando, giorno dopo giorno, di non abbandonare nessuno, tenendo fede alla propria etica e morale, senza contraddirsi e, con l’aiuto di Maresa Palmacci, assieme agli artisti che sono approdati ad Atlantide, non perde mai di vista un principio: il bene-dirsi, poiché, solo attraverso l’avere cura di sé si può avere la forza di avere cura degli altri. Soltanto in tal modo è possibile vivere in un luogo a-geografico, fondato sul mutuo scambio di solidarietà, che consente a persone e genti di tradizioni lontane di solcare i mari e caricare la propria ancora, in totale e democratica libertà, prestando fede a come Platone concepiva l’equilibrio della Società che abita il Continente Atlantide. Al momento l’intento è costruire idee, studiarle, soli o in gruppo, confrontarsi senza paura di giudizio e pregiudizio, dare voce ai giovani.C’è solo una regola per avere la cittadinanza ad Atlantide: rispettare il principio di libertà.

Per quanto riguarda il pubblico? Come dice Elena: gli artisti ci sono anche per gli spettatori, ma ciò è tautologico; si mostrano a loro, gli presentano le proprie opere; altresì il loro agire ora è un cauto work in progress. Pertanto, la primaria necessità è quella di prendersi cura di chi abita ogni “camerino” di Atlantide. Questa è l’Idea, il Logos, di Elena, che ha lavorato silente-mente assieme al suo angelo custode, ambasciatrice di belle parole e positivi ragionamenti: Maresa Palmacci.

Anche per Maresa era necessario tornare a dialogare con gli artisti e scrivere di loro e, grazie ad Elena, con Elena, continuava a sperare nello sbocciare della Primavera, intravvedendone i germogli sin da gennaio, quando l’aria sembrava di gemma e nessuno poteva prevedere il rigoglioso mondo che stava per emergere dai fondali del mare color galazio, come un tesoro intonso, rimasto cristallizzato per un anno. È così che Elena Arvigo ha riaperto le tende dietro cui gli artisti erano rimasti bloccati, ha strappato il velo di Maya ingannatore agli occhi dei mortali, per mostrare la loro realtà e rivelarla a tutti, dando voce a chiunque abbia voluto raccontare la propria vicenda e le proprie emozioni. Così, ogni giorno, da qualche parte, c’è un artista che pensa e crea, ma che non si sente più solo: vede le presenze e non più le mancanze, tramite il costante e proficuo confronto con l’Alter e i propri compagni di viaggio.

Alcune rotte per arrivare ad Atlantide, senza mappe, tramite il cyberspazio, partendo da Nord (+) o Sud (-):

Perdersi è Impossibile!

29 marzo 2021

f.to Elena Uras

Firma autografa sostituita a mezzo stampa

ai sensi dell’art. 3 comma 2 D. Lgs. n. 39/93

[1] Platone, Crizia,113-114 [e], Opere, a cura di G. Giannantoni, 2 voll.,p. 570, Laterza, 19742, Bari-Roma [1] Sara Kane, Psychosis 4:48, pp. 214-215, “Tutto il Teatro”, a cura di L. Scarlini, trad. B. Nativi, Einaudi, 19983, Torino [1] Kane; p. 220

IO TI AMO (E’) SENZA ALTROVE[2]

Di e con Elena Arvigo

“Spazio 18B”, Roma

Voi ch’ascoltate in rime sparse ‘l suono

di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core […]

Sono le 18.00, è un piovoso pomeriggio domenicale, sta per andare in scena uno spettacolo neofita di Elena Arvigo, frutto di nuova ispirazione e tanto studio.Due Autori a confronto, Roland Barthes e Chandra Livia Candiani, fusi assieme; propongono tematiche apparentemente diverse tra loro. Tuttavia, la realtà è che ogni prospettiva da cui si osserva e si “rilegge” un’opera porta a trovare elementi comuni ad altre. L’arte non ha confini, non ha come, dove e perché: è libera celebrazione dell’“io” dell’uomo, che rivendica la volontà di essere se stesso nell’esprimersi.

Elena entra in scena, la bocca serrata e coperta con un nastro isolante rosso. Rosso come il sangue delle tante stragi che dilagano per “amori impossibili”, rosso come la travolgente passione, come un cuore dilaniato dalla sofferenza amorosa.Pochi secondi di attesa e il silenzio smette di essere tale, dunque la voce di Elena prende vita; una voce che ha bisogno di ascolto, religioso ascolto: è un momento in cui deve prevalere il silentium negotiosum ambrosiano, ovvero una continua produzione di pensieri e riflessioni, dettati da cuore e mente, che portano alla creazione della parola, parola sacra di un linguaggio scandito da momenti precisi e lettere, che, come singole gocce d’acqua, scavano lentamente negli animi di chi ascolta.

Gutta cavat lapidem, non vi, sed saepe cadendo!

Così è il suono della voce di Elena: inizia piano, soave e pronuncia lettere dell’alfabeto, intessendo una serie di acronimi, che prendono forma con il fluire delicato delle sue frasi, che si rafforzano con le emozioni e la trepidazione di chi, meravigliato, ascolta. Dunque, le parole, nel silenzio di una sala colma, scavano nel profondo, in un abisso che va oltre le convenzioni dei poeti, che Barthes cerca di riordinare, facendo riferimento ai topoi del sempre eterno amor poetico, dando spazio all’ “io” lirico: un rapporto intimo fra chi ama e l’oggetto dell’amore. Candiani, a sua volta, disserta sull’amore per la vita in sé, in senso lato, rinvigorendo i frammenti amorosi che, ciascun uomo, come orme sulla sabbia, lascia dietro di sé nella società.

Elena scardina l’ordine alfabetico predisposto nell’opera di Barthes, dà priorità ad alcuni concetti profondi espressi dall’Autore, che vanno oltre il canone amoroso della tradizione poetica.È così che inizia un carosello di lettere e definizioni, di concetti lievi, piani, forti ed appassionanti, giacché l’amore che la nostra interprete ci delinea è un insieme di contrastanti emozioni, che nessuno può negare di aver provato.

“R: ritornare a parlare con valore salvifico”, impossibile non citare la necessità della parola anche nel mito, nella prima raccolta di novelle arabe del X sec. d.C., in cui Sherazade rompe il silenzio per vivere. Qui emerge l’intelligenza delle donne, che, per cause varie, reagiscono con astuzia contro i propri carnefici e, con solidarietà, difendono le altre. Sono donne che possiamo ritrovare nel nostro quotidiano e che, solo per mezzo della parola, possono “vincere”.

“A: attendere, sapere attendere”; l’attesa dell’innamorato genera ansia e l’ansia è insostenibile, porta a diffidare e a non sperare. Ai giorni d’oggi, forse non ci sarebbe alcuna “scena del balcone”, nessuna Giulietta ad attendere il caro Romeo, perché abiterebbe in un un grattacielo o lui non si presenterebbe…così affermava realisticamente Barthes durante un’intervista (pubblicata nel 1979[3], presente in chiosa all’edizione della propria opera). Tuttavia, l’attesa genera anche aspettative, adrenalina positiva: produce immaginazione. Laddove non si vede il concreto, si può ancora dare spazio alle buone emozioni. Dunque, Aspettare è correlato all’Ascoltare e al Comprendere; “è possibile ascoltare bene solo quando si tollera di non capire”[4]. Questo è il primo passo verso l’accettazione della poesia, che genera apertura e cambiamento in noi, crea insegnamento.

“S: Silenzio dell’attesa”. “Non tutti i silenzi sono uguali […], si possono cogliere le sfumature dei silenzi altrui”[5]: umani, animali […]. “Il Silenzio non è tacere né mettere a tacere […]. Il silenzio sorride. Caro silenzio, aiutami a non parlare di te, aiutami ad abitarti”[6].

“A: Adorabile”. “Non riuscendo a precisare la specialità del suo desiderio per l’essere amato, il soggetto utilizza una parola un po’ stupida: Adorabile”[7]. La dissertazione su un termine applicabile ad ogni contesto, non è speciale, non dà connotazione ad un discorso amoroso, non ne è frammento, è antipoetico: esprime la fatica di trovare la libertà di parola per discorrere sull’amore. Nell’incedere verso queste asserzioni, Elena ha ineccepibilmente cucito assieme le fini trame delle parole di Barthes e Candiani, dunque passa da un leggio all’altro, con la leggiadria di una farfalla: le luci si fanno più forti quando il discorso diventa “amorosamente più coinvolgente”, quando la tematica fa vibrare le corde del cuore; pertanto, la sua voce inizia a scavare nell’animo, dando vita a una delicata commozione, che nasce da un sentimento da cui nessuno è scevro…

Gutta cavat…sine vi!

Tra la platea forse è possibile udire i cuori che battono più forte e lo “Spazio 18B” diventa una comunità, in cui si condividono emozioni, ci si commuove silenziosamente: tale magia avviene attraverso una pioggia incessante di concetti profondi, nondimeno comuni, che vengono pronunciati da Elena senza forzature, fluendo spontanei nel mare dell’animo.

“P: per fare Poesia” occorre testimoniare; è necessario avere coraggio. Un coraggio che ha radici profonde, che fa emergere l’“io” lirico, nel bene o nel male, persino nella sofferenza per amore e per una Gelosia amorosa, che è senza limiti, la cui sintomatologia è immagine poetica già descritta da Saffo nel VII a.C. (fr.31 Voigt). Gli elementi fondanti del discorso amoroso sono in parte già esposti: Elena ha posto in luce la volontà di Barthes nello spiegare in cosa consiste la comunicazione amorosa, in un continuum fra passato e presente, che è a-temporale e mutevole, poiché a cambiare sono sia la concezione della vita sia l’approccio all’amore. È qui che risiede il potere dell’ars poetica: frutto di una meditazione interiore, che ha voce grazie a chi sa prestare ascolto alle rime sparse dei frammenti dei poeti e delle poete, alle parole delle persone che, come Elena Arvigo, ne ripropongono le topiche, con passione e fiducia nel domani, in un domani che solo l’Amore può salvare.

Dal testo che Elena interpreta, dal suo mosaico di definizioni, emerge che l’amore per l’arte è conseguente all’amore per la vita. Quindi è la Vita che crea l’Arte, non esiste Arte senza slancio vitale. Il teatro di Elena è un mutuo scambio di doni: lei regala la propria passione agli spettatori, con i suoi grandi ed espressivi occhi, che richiamano un antico aggettivo greco “occhi delle ciglia guizzanti” (élikoblefaros / έλικοβλέφαρος), destinato solo alle dee e alle ninfe, ad Eco, a Tetide, alle Oceanine e, soprattutto, ad Afrodite. A loro volta, gli spettatori le danno restituzione con un vivo, sentito, silenzio, ab imo pectore.

Nello “Spazio 18B” ora non ci sono spettatori, ci sono solo cuori che amano, che hanno amato o che ameranno. Elena pone in opera la maestria di dare il peso adeguato ad ogni lemma che viene pronunciato, con voce delicata ma ferma; tuttavia, nello sperimentare questa sua nuova opera sulla scena, lei ha l’espressione di una bimba che osserva il mondo per la prima volta e che lo vorrebbe descrivere con entusiasmo a chi la ascolta. Esprime al prossimo l’interesse che prova nell’interpretare ciò che ha studiato con passione: si tratta di una comparazione filologico-testuale di grande cura, per cui è difficile sciogliere i piccoli nodi che intrecciano le due opere, di cui ha fatto cosa sola. Non sono più Frammenti di un discorso amoroso, non ci sono le trattazioni di Chandra Livia Candiani: Elena ha realizzato un mosaico policromatico con le opere dei due Autori, affiancandone i concetti, tessera con tessera, in modo coeso e pertinente, dando vita a un’immagine che oscilla fra inventio letteraria e realtà. Chi ascolta, dunque, non si ritrova più fra Barthes e Candiani, scopre solo ciò che Elena ha realizzato: la fluidità concettuale di un’opera complessa, ma che lei sa veicolare con finezza a chiunque. La nostra regista e interprete, infatti, pone in evidenza sentimenti antichi, che vertono verso l’infinito e da cui nessuno è esente.

Non c’è poesia senza “Paura”, pertanto la parola amorosa comporta il “realizzare qualcosa”, con la consapevolezza che si può incorrere nel baratro della solitudine, della tristezza e anche della malinconia, poiché è cosa umana. Per accettare ciò è necessario un Silenzio che sia comprensibile, giacché “non si può non comunicare” (Watzlawick – I Assioma). Esiste un silenzio “sensato” e un silenzio “ozioso”, ovverosia quello di chi sta zitto e non pensa, di chi non è funzionale al mondo. Solo evitando quest’ultimo si può uscire dalla gabbia dell’inerzia, per riprendere coscienza di un atto di coraggio, che può anche essere l’esito di un’esperienza amorosa negativa. Elena non ci annuncia tale eventualità con toni cupi, riprende il concetto di silenzio in Candiani e lo tramanda al pubblico: la vita richiede coraggio e parlare di amore si connette alla necessità di operare con prode sensibilità e vivo silenzio, che diventa come un bicchiere orlato di miele al fine di addolcire un farmaco amaro. Il silenzio, nella cultura letteraria, quale espressione scritta dell’amore, ha una sua cognizione di causa, regole precise, che vanno tacitamente rispettate: la lettura, l’ascolto di un componimento sono un patto tra chi scrive, legge e chi assiste, senza domandare oltre. “Non chiederci la parola”, scrive Montale: dietro quell’imperativo, il Poeta delinea l’impossibilità di mettere in luce ogni termine, ogni singolo verso, poiché la poesia proviene dall’abisso di un porto sepolto, che non ha confini, non offre interpretazioni univoche, è, dunque, libera e, talvolta, silenziosa, non necessita di spiegazioni.

“A: l’Angoscia” è legata all’ansia, alla paura, all’attesa. L’angoscia è la perdita incolmabile, una caduta. Noi veniamo al mondo e sappiamo già che andremo via. Avviene un crollo, cui consegue il timore di amare ancora, di risollevarsi dalle ceneri, ci si chiude nell’oblio, nel silenzio vivo del dolore.

“V: il “Vuoto”. Non si può colmare un complesso stato d’animo dovuto ad una scomparsa. È come un peso sul cuore che accompagna l’amante, un costante compagno di viaggio che ha delineato ogni rima in morte di grandi poeti. Amore e Morte, complici “amici”, che, in numerose occasioni, troviamo in antitesi: il casus scribendi può essere dettato dall’Amore, quale innamoramento e gaudio, poi dalla Morte, quale causa di sofferenza per l’io poetico, come da canone petrarchista, che Barthes, implicitamente, attualizza e concretizza. Nel momento in cui Elena pronuncia le due parole “angoscia” e “vuoto”, dandone spiegazione, ciascuno dei presenti, nel proprio animo, rievoca queste emozioni, le sente proprie; tuttavia lei procede verso tale discorso poiché sa che non è astrattismo: è una realtà che è necessario affrontare; così ci dicono sia Candiani sia Barthes. In questo modo, la Arvigo ci insegna che le cetre, a volte, devono essere appese per rispetto all’esistenza e lo fa con il suo tacito incipit, con il silenzio in sé, per voto. Si tratta di concetti, forti, lasciano il segno, sono stati scelti con cura dalla nostra interprete, che li ha studiati e intrecciati: sono punti focali e necessari per fare in modo che sia data dignità alla vita. Dunque, se Barthes ne prende atto, analizzando il contrasto Amore/Morte come complementari, Candiani si sofferma sulla forza che c’è nel combattere la morte stessa in virtù dell’amore per l’esistenza. Fa riferimento ad un aneddoto: il tentativo di uccidere un asino, di soffocarlo con la terra. Tuttavia, egli, ad ogni minuto che passava, sfruttava la terra come nuova risorsa per la propria risalita, come gradino verso la vita[8].

Forse, scegliendo questo passo, Elena ci ha offerto una speranza: quella secondo la quale non bisogna mai smettere di lottare per stare al mondo e raccontarsi o farsi raccontare? Oppure è un richiamo a ricordarsi che si deve “essere”, per diventare testimoni del proprio ruolo in questo mondo?È forse questo il senso dell’amore? Amarsi per poter amare, dunque fare il possibile per onorare il dono della vita, in qualunque forma essa ci si presenti?

 “Siamo cieli vasti

e restare connessi alla vastità

ci permette di vedere i fenomeni che ci attraversano,

di riconoscerli, sentirli e guardarli svanire”[9].  

È con tale consapevolezza che la connessione fra Frammenti di un discorso amoroso e Il Silenzio è cosa viva possono trovare un punto di incontro, probabilmente attraverso la comparazione che ne ha fatto Elena Arvigo. Come dice Candiani, così è la nostra esistenza: siamo come tanti uccelli disperati; anche se c’è la malinconia, la nostalgia, la disperazione nel vederci spuntare o scomparire, ci guardiamo, ci sentiamo, sostiamo per tutto il tempo che vogliamo e poi voliamo via, quando il tempo è giunto. “Non è facile, si tratta di spiazzarsi, non essere più centro, ma una grande periferia sconfinata, e veder sorgere e tramontare i fenomeni, e accorgerci dell’amorevole sfondo che rimane e che non è di nessuno”[10]. Talvolta il silenzio è vivo quando i demoni socratici, che ci abitano, emergono all’esterno e vogliono fare sentire la propria voce; non si deve avere paura di loro, si deve comprender che anch’essi hanno voce, che hanno bisogno dei propri tempi per “rifare l’uomo”, bisogna scendere a patti con i loro invisibili slanci. Tuttavia, esistono altri Demoni, sono tanti, vagano nell’oscurità, sono il risultato di quella che è la nostra connivenza silenziosa verso il Male, che non è mai innato: essi sfruttano la nostra debolezza, le nostre commiserazioni, la nostra inerzia verso l’agire, verso la tendenza a non essere attori efficaci di questa complessa vita, ci allontanano dall’amore sereno, lo deturpano e fanno soffrire.

Così Legione si presenta a Cristo[11] e gli prospetta un esercito variegato di soldati infernali, i quali, indemoniati, come fuoriusciti da un vaso di Pandora, sono sparsi per il mondo, in attesa di trovare cuori incapaci di difendersi, che li ospitino, persone comuni, deboli, che alterano i principi naturali dell’amore. Così è la vita reale e questo è l’agrodolce messaggio che arriva in platea, per mezzo delle parole di Elena.

“A. Abbraccio”. Nell’amorosa quiete delle tue braccia. “Per il soggetto, il gesto dell’abbraccio amoroso sembra realizzare, per un momento, il sogno di unione totale con l’essere amato”[12]. Questo atto è una fugace e ingannevole sospensione del tempo, che si fa sempre più breve e lascia che la fugacità dell’atto amoroso, dell’abbraccio, svanisca o resti sospesa in un ricordo. È ciò che crea il desiderio di un nuovo contatto, magari più intenso, più passionale. Tale desiderio nasce dalla necessità di sentirsi amati, di gioire e accettare anche piccoli frammenti di amore. Così Elena si sofferma sull’irrefrenabile, innato, bisogno di affetto e amore insito in ciascun essere vivente.

Alla fine, c’è l’universale, onnipresente, “Io ti AMO”, nesso usuale del linguaggio amoroso: non dà garanzie, contrariamente a ciò che sta all’estremo limite della lingua, ovvero AMEN, a suggello di una fides, che dà promesse e fissa il punto fermo del rispetto dei patti. Giacché l’Amore è cosa strana, rara, razionalmente incomprensibile, il nexus tanto usato, quanto sperperato, è “ti amo”: vola via come le foglie al vento d’autunno. Amen è PER SEMPRE.

Elena fa riflettere sul peso che le parole hanno nella vita, nei cuori, negli animi…Tante parole dette non volano, restano e lasciano retaggi nel tempo, lasciano tracce, a volte superabili, a volte indelebili nel ricordo (nel senso etimologico del termine re-cordare, riportare al cuore). Ciò non è solamente la realizzazione di un discorso, è la ripresa di un’arcana concezione dell’amore che è aere perennius[13]. Il linguaggio amoroso di cui Elena Arvigo ci parla, sicuramente, non può soltanto essere una trama di formule, non corrisponde più a un rituale dettato dalla traditio, ma è volto alla naturalezza dell’amarsi o del mettere rispettosamente per iscritto quanto e come si ama, senza cadere in banalità o concetti artefatti.Ciò non ha altrove, non “È” necessariamente per sempre; bensì “amare senza altrove” può essere un buon compromesso per vivere serenamente e godere appieno dei frutti, perenni o fugaci, del sentimento amoroso e della vita. Il fulcro della scelta del titolo, forse, vuole far accettare l’ignoto per accogliere l’amore in ogni sua forma, semplice o complessa.La nostra attrice sa quali parole usare, quali no, quali scegliere scientemente, affinché la sua voce non voli, resti in chi l’ascolta, in quanto sempre vera, attuale; diventa un’eco che ricorda al mondo che non c’è un “altrove” in cui inserire un contesto amoroso. L’amore, infatti, secondo quanto Elena trasmette al pubblico, è presente ovunque ci sia un cuore predisposto ad accogliere l’alter.

Come sua prassi, alla fine dello spettacolo, la Arvigo condivide il frutto del proprio lavoro: distribuisce ai presenti fili di lana soffice e rossa, estrapolati da una sola, grande, matassa, quasi un cuore pulsante. Tale dono suggella la metafora di quei frammenti che lei ha messo insieme, è testimonianza della solidarietà verso chi ama, verso chi ha perduto il proprio amato, verso chi ancora attende nella speranza di un ritorno. È simbolo dell’amore per la vita e della lotta alla violenza, parola antitetica ad amore. Non c’è amore se c’è violenza e se c’è violenza non c’è pace.

Come in una ringkomposition, Elena struttura l’opera facendola iniziare e finire con il rosso, il rosso che ha generato un silenzio riflessivo e di commiato:il 21 novembre 2019 avevano reso note le atrocità commesse a Daniela Carrasco, “El Mimo”, artista di strada e attivista cilena, trovata impiccata in un parco di Santiago. Con sensibilità e solidarietà, Elena dedica il proprio spettacolo a Daniela e alle donne che soffrono, a tutti coloro che vengono condannati per la propria libertà d’espressione. In questo modo è nato il vivo silenzio incipitario dello spettacolo e con lo stesso silenzio si conclude: davanti all’orrore si deve tacere e in platea vi è un silenzio attivo e colmo di pudore: non fa porre domande, genera solo pensieri profondi. Infine, dopo avere ringraziato gli astanti, Elena Arvigo esprime vicinanza alle donne vittime di violenze; solidarietà che deve essere onorata e perpetuata ogni giorno, nel tempo, non solo il 25 novembre. Il pubblico viene portato a riflettere su quanti fili rossi spezzati e tolti alla vita siano esistiti o combattano per mantenere salda la vita.

Vita di cui Elena Arvigo ha sacro rispetto,

soprattutto, dimostrando di avere tanto cuore.

Roma, 24 novembre 2019

f.to Elena Uras


[1] F. Petrarca, R.V.F., son. I

[2] Tratto da: R. Barthes; Frammenti di un discorso amoroso;

Chandra L. Candiani; Il silenzio è cosa viva.

[3] R. Barthes; Frammenti di un discorso amoroso, p.230,G. Einaudi Ed. 19792

[4] P. Bichsel; Quando sapevamo aspettare; p. 111; comma 22, Bologna 2011, in Il silenzio è cosa viva, p. 38, Einaudi Ed., 2018.

[5] Il silenzio è cosa viva, p. 67

[6] Ibid.

[7] Frammenti di un discorso amoroso; p.17

[8]Il silenzio è cosa viva; p. 79

[9] Ibid.; p. 75

[10]Ibid.

[11]«E gli domandò: “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Legione”, gli rispose,” perché siamo in molti”»; Mc.5. 8-9

[12] Frammenti di un discorso amoroso; p.14

[13] Hor.; III; v.30; Odi

E come potevamo noi cantare…

Salvatore Quasimodo: la poesia per “rifare l’uomo”

Nacque a Modica (Ragusa) nel 1901 e trascorse la sua infanzia in vari paesi della Sicilia dove via via s’era trasferito il padre che faceva il capostazione. Dal 1919 al 1926 visse a Roma per frequentare il Politecnico e laurearsi in ingegneria, ma le ristrettezze economiche e gli interessi per le lingue latina e greca lo dissuasero presto da quel tipo di studi. Nel 1926 si impiegò presso il Genio Civile di Reggio Calabria e nel 1929, trasferito a Firenze, fu introdotto nell’ambiente letterario della rivista “Solaria”, dove conobbe Montale e cominciò le sue pubblicazioni poetiche. Nel 1930 pubblicò la sua prima raccolta di versi Acque e Terre e nel ‘32, trasferitosi a Genova, pubblicò Oboe Sommerso. Nel ‘34 il poeta era a Milano, accolto nell’ambiente culturale milanese, e lasciato l’impiego al Genio Civile, si dedicò completamente alla poesia. Intanto, scoppiata la seconda guerra mondiale, il poeta ne fu profondamente sconvolto e maturò l’idea che la poesia dovesse uscire dalla sfera aristocratica del privato per interessarsi alle problematiche sociali e civili, intenta a “rifare l’uomo” abbruttito dagli orrori della guerra.
Questo impegno si riscontra in tutte le successive raccolte poetiche di Quasimodo. Nel 1959 gli fu attribuito il premio Nobel per la letteratura. Morì a Napoli nel 1968.

Sono sentimenti che il poeta lascia sgorgare dall’animo, con linguaggio sobrio.La seconda ha come esperienza “l’ermetismo”; nelle liriche di questo periodo prevale la scelta formale (lo studio della parola porta a una poesia intensa). La terza tappa si può considerare quella che scaturisce dalla dolorosa esperienza della guerra. In quello sconquasso la poesia non può rimanere nel suo idilliaco isolamento, ma deve farsi interprete dell’uomo, acquistare concretezza e coscienza.  Quasimodo s’impegna in una poesia “nuova”, che manifesta l’aberrazione per la guerra e l’ansia di ridare all’uomo la fiducia nel futuro. Quasimodo figura tra i maggiori interpreti della condizione dell’uomo moderno. Egli svolse una funzione rilevante nella letteratura del Novecento, come dimostrano i numerosi riconoscimenti a lui tributati dalla cultura internazionale, che culminarono nel 1959 con l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura.

Alle fronde dei salici

1    E come potevamo noi cantare
2    con il piede straniero sopra il cuore,
3    fra i morti abbandonati nelle piazze
4    sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
5    d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
6    della madre che andava incontro al figlio
7   crocifisso sul palo del telegrafo?
8   Alle fronde dei salici, per voto,
9    anche le nostre cetre erano appese,
10   oscillavano lievi al triste vento.

Note:

v. 2 – con il piede…: è una metafora: con l’esercito tedesco che aveva occupato l’Italia.
v. 4 – sull’erba dura…: con i morti abbandonati sull’erba, resa dura dal ghiaccio

vv. 4-5 – al lamento d’agnello…: alle innocenti voci di lamento dei bambini: nei riti di purificazione dei popoli antichi l’agnello era la vittima innocente.

vv. 5-7 – urlo nero… telegrafo: disperato, di morte; l’urlo disperato della madre che, impazzita, corre verso il figlio crocifisso su un palodi telegrafo.

vv. 8-10 – Alle fronde… vento: anche le cetre dei nostri poeti, simbolo della poesia, erano appese, impotenti, smarrite, ai rami dei salici, per una promessa di silenzio.

Nel settembre 1943 l’Italia risultava divisa in due parti. Nella parte meridionale, controllata dagli Alleati, era stata restaurata la monarchia, sotto il re Vittorio Emanuele III. Nella parte centro-settentrionale, occupata dai tedeschi, Mussolini aveva creato la Repubblica sociale italiana.
Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, l’esercito di liberazione condusse una lotta senza esclusione di colpi contro i tedeschi e i fascisti, che rispondevano con rastrellamenti, deportazioni e veri e propri massacri. Particolarmente feroci furono quelli di Boves, in Piemonte, di Marzabotto, in Emilia, dove le SS sterminarono l830 civili, e di Roma, dove i nazisti come rappresaglia a un attentato partigiano, che era costato la vita a 32 soldati tedeschi, uccisero 335 prigionieri italiani.
Di fronte agli orrori, ai mali della guerra, i poeti non potevano cantare, scrivere versi, ma solo agire come gli antichi ebrei schiavi a Babilonia, che appesero le loro cetre ai rami dei salici. La poesia è vista come impegno civile, per “rifare” l’uomo: abbrutito dagli orrori della guerra e reso incapace di parola e di poesia.

In questa lirica possiamo trovare una certa musicalità, in particolare nell’ultimo verso. L’autore utilizza molte figure retoriche, in particolare metafore: triste vento, al lamento d’agnello dei fanciulli e piede straniero. Quest’ultima, che può essere pensata anche come metonimia (si riferisce a un concetto ampio attraverso un oggetto: piede straniero per invasione tedesca in Italia), ha un preciso riferimento storico, l’attacco tedesco e la sua avanzata nell’Italia centro-settentrionale, l’8 Settembre 1943. Il piede rappresenta la dominazione straniera (tedesca) che schiaccia il cuore delle vittime innocenti. L’agnello, di cui si parla nella seconda metafora, ricorda l’agnello, vittima sacrificale, di cui si parla nella Bibbia. Con questa figura retorica l’autore ha voluto spiegare che il pianto dei bambini sia innocente, come la figura sacra dell’agnello (l’agnello: simbolo dell’innocente sacrificato).L’ultima metafora triste vento è simbolo del dolore e del male. Il poeta, inoltre, utilizza una sinestesia (fusione di sensi, es: sento il profumo delle tue parole) molto significativa: “urlo nero” (ambito uditivo e visivo fusi assieme); con questa l’autore esprime l’urlo disperato ed angoscioso della madre: nero perché è già impregnato dell’oscurità della morte.
Il poeta vuole essere la voce del popolo italiano che soffre e che non può più cantare, sotto la dominazione tedesca, invocando così nel lettore sentimenti di fratellanza e comunione.

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra
           trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Ed è subito sera è un breve componimento poetico presente nella raccolta omonima, pubblicata nel 1942 da Salvatore Quasimodo. In soli tre versi, l’autore comunica con gran forza emotiva il senso profondo della solitudine dell’uomo e la fragilità della sua vita. Le parole sono essenziali, ma cariche di profondo significato. La solitudine e l’incomunicabilità, la precarietà dell’esistenza, con il suo alternarsi di dolori e di speranze, la morte sono i temi espressivi in questi versi, secondo un modello di essenzialità e di ambiguità semantica propri della corrente ermetica.

Nel primo verso il poeta esprime la solitudine d’ogni uomo che si trova nel “cuor della terra”, cioè al centro delle cose. Il centro del mondo rappresenta un insieme di sentimenti, emozioni e affetti, che sono cuore pulsante dell’esistenza umana.Nel secondo verso l’uomo viene trafitto dalla luce e dal calore, quindi dalla vita stessa, implicando il profondo mistero che essa ha per ogni essere vivente, nella sua incertezza e imprevedibilità. Colui che viene però trafitto è come ferito da una sorta di freccia, che a volte porta dolore e morte, pur nello splendore e nel calore della sua forma metaforica: il raggio di sole. Il terzo e ultimo verso indica l’arrivo della fine: la sera. Attraverso l’avverbio “subito”, Quasimodo vuole dare importanza alla fugacità che ha la nostra vita, apparentemente eterna, a prima vista lunga, che invece all’improvviso volge al termine e tramonta.La lirica presenta un lessico semplice, ridotto all’essenziale ma ricchissimo d’allusioni e di significati. I tre versi sono versi liberi: il primo è di dodici sillabe, il secondo è un novenario, il terzo è un settenario. Sono legati tra loro da una serie di figure retoriche, in particolare dalla consonanza solo/sole, dall’assonanza terra/sera. Alcuni lemmi, inoltre, sono allitteranti: sta, solo, sul, sole, subito, sera, ciò accentua l’intensità ritmica dei versi. Il senso complessivo si ricava da alcune parole chiave:

  • ognuno: l’umanità, il concetto si estende al mondo intero, soprattutto in un momento storico di grande importanza come la II Guerra mondiale e la perdita di milioni di vite umane
  • solo : solitudine
  • trafitto: la vita ferisce l’uomo come una fulminea freccia
  • raggio di sole : speranza illusoria
  • sera : morte

Nel breve arco di soli tre versi, dunque il poeta concentra i motivi di solitudine, precarietà delle illusioni umane e il loro rapido sfiorire di fronte all’unica cosa che di certo esiste per tutti: la morte. Per questo la vita, dunque, viene concepita come un fulmineo raggio che trafigge l’uomo, che a volte non consente ad esso di essere pienamente consapevole della fragilità dell’esistenza. Per questo motivo, Quasimodo, in questa come nelle sue altre opere, vuole implicitamente affermare il valore dell’esistenza e quanto sia fondamentale che gli uomini lo comprendano per fruire profondamente dei doni che la vita gli offre.

Nella vita, secondo il poeta, ogni tanto arriva un raggio di sole ad illuminare i nostri giorni, ma è un sollievo effimero e per nulla duraturo. Trovare l’amore, essere felici con una famiglia, sono cose che migliorano la vita dell’uomo, ma non lo allontanano mai dalla solitudine e dall’inevitabile destino di morte al quale esso appartiene. Il valore della vita e della sua fuggevolezza è una tematica intrinseca all’intera composizione poetica di Quasimodo, per il quale è necessario soffermarsi sul valore che ha per essa il “raggio di sole” che trafigge ogni uomo, perché è in quel momento che ognuno deve fruire al massimo del dono che ha ricevuto. Quasimodo giunge a questa riflessione soprattutto in seguito all’esperienza personale durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo aver assistito all’occupazione nazista con le conseguenti aberranti forme di repressione violente, ma soprattutto, davanti all’orrore dell’olocausto, reso noto al mondo il 27 gennaio del 1945. Tale data oggi viene celebrata come “giornata della memoria”, per ricordare il momento in cui le truppe americane, occupata la Germania, aprirono i cancelli di Aushwitz e resero noti al mondo gli orrori dei crimini compiuti dai nazisti.

29 ottobre 2020

ft.o Elena Uras